RE DELLA TERRA SELVAGGIA

In un prossimo futuro, i mutamenti climatici e lo scioglimento dei ghiacci hanno portato a fenomeni atmosferici sempre più estremi, giungendo perfino fino a liberare dai ghiacci delle misteriose e implacabili creature.
Un’intera zona del sud degli Stati Uniti è stata isolata dal ‘mondo civilizzato’ attraverso grandi dighe, abbandonando al proprio destino un’umanità dolente e sbandata la cui unica ‘colpa’ è quella di non voler accettare il trasferimento in una zona più sicura, rimanendo disperatamente attaccata alle proprie radici.
Tra gli abitanti della ‘vasca’ (questo il nome dato alla zona, che appunto viene costantemente inondata da frequenti e disastrosi uragani) vi sono la piccola Hushpuppy e suo padre, alcolizzato, collerico, malato terminale che cresce la figlia in modo duro, brusco, a modo suo con momenti di tenerezza, per abituarla a cavarsela da sola quando (molto presto) lui non ci sarà più, nella convinzione che lei sia destinata a diventare la ‘guida’ degli abitanti del luogo.
Re della Terra selvaggia è uno strano film: la storia di un padre e di una figlia sullo sfondo di un futuro apocalittico lo avvicina per molti versi a The Road, ma qui tutto è più amplificato, duro, realistico: lo scenario di devastazione nel quale è ambientato il film non è molto diverso da quelli che vediamo periodicamente sui media nel corso della stagione degli uragani; il padre protagonista è tutt’altro che eroico: certo condivide con quello di The Road la necessità di educare la propria prole ad un domani nel quale sarà assente, ma la vicinanza del momento del distacco rende tutto più urgente: non c’è quasi tempo per momenti di dolcezza, anche i pochi scambi affettivi avvengono all’insegna del conflitto.
Behn Zeitlin descrive con stile documentaristico un mondo non troppo lontano da noi: non siamo di fronte a una catastrofe globale, siamo di fronte a una parte di umanità finita allo sbando per l’unica colpa di non aver voluto abbandonare le proprie case e per questo lasciata sostanzialmente al proprio destino solo per poi magari venire costretta con la forza a curarsi negli ospedali del ‘mondo civilizzato’, al di là delle barriere artificiali costruite per salvare quello stesso mondo, con poco rispetto per chi sceglie diversamente.
Il film è tutto giocato sui due protagonisti, che rendono efficacemente sullo schermo un rapporto che viste le condizioni di vita non può essere altro che conflittuale: tempo per smancerie e slanci affettivi non ce n’è.
L’interpretazione dei due attori, praticamente entrambi esordienti non può fare altro che colpire: Dwight Henry è un padre che le circostanze e la durezza della vita hanno costretto ad essere spietato, forse perché facendosi odiare dalla figlia renderà per lei meno doloroso il vicino momento del distacco; quanto all’ultraosannata Quvenzhané Wallis, certo la sua naturalezza colpisce, ma credo bisogni pensare al fatto che per i bambini ‘immaginarsi’ un ruolo, una storia, un mondo attorno a loro diverso da quello reale è un esercizio esso stesso naturale, visto che – fortunati! – sono privi di tutti i filtri e le esperienze degli adulti: quello dell’Oscar è un ‘gioco da adulti’ che sinceramente credo sarebbe stato meglio risparmiarle.
Pur nella sua comprensibilità, Re della Terra Selvaggia è comunque un film che alla fine sembra lasciare più domande che risposte: certo il suo mantenersi all’interno del microcosmo dei protagonisti, senza null’altro o quasi spiegare del ‘quadro generale’ è una scelta stilistica voluta, peculiare e se vogliamo condivisibile – non siamo certamente di fronte a un ‘disaster movie’, almeno non nel senso comune del termine – ma alla fine tutto sembra forse un pò troppo ellittico, a cominciare dalla presenza (unica concessione alla pura immaginazione), delle terrificanti bestie liberate dai ghiacci, forse rappresentazione di una natura offesa che alla fine scatena le proprie forze contro chi l’ha oltraggiata, che nel momento forse più ‘lirico’ del film sembrano investire la piccola protagonista di quello stesso ruolo che il padre ha immaginato per lei.
Una ‘favola ecologista per adulti’ il cui significato ultimo resta almeno in parte sfuggente.

6 responses to this post.

  1. Questo film è uscito in America nel gennaio dello scorso anno, praticamente senza lasciare traccia, men che meno in Europa, dove, guarda caso, arrriva adesso, a distanza di un anno, solo perchè, i famosi votanti dei premi “Oscar” si sono innamorati di questa ragazzina. che all’epoca aveva sette anni. E di punto in bianco, ci troviamo tra le mani…un capolavoro! A me non è piaciuto ed ho fatto fatica a resistere fino in fondo.

    sherazadecmqgrazie

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  2. Ti segnalo, bellss ma bellss davvero, per niente melenso “Noi siamo infinito”.Sappimi dire.

    sherabientot

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    • @Shera: grazie del consiglio, prendo nota… anche se non posso andare a vedere ‘tutto’ e il prossimo in lista è The Sessions 😉

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  3. insomma, anche leggendo i tuoi commenti noto che nessuno è rimasto entusiasta. Manca proprio un qualcosa di emotivamente forte. Pensa nelle mani di Malick cosa sarebbe stata la natura con una tematica leggera.
    Sinceramente mi hai portato tu a riflettere sulla questione ecologica, che di certo c’è ed è pregnante, ma ho intrapreso quella chiave degli animali come dei mostri insiti nella normale crescita di un bambino. Le paure insomma, che dopo aver superato determinati step svaniscono poiché si superano e si è pronti ad altre avventure.

    Grazie mille, è sempre un piacere passare da queste parti.

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    • Felice che tu gradisca 😉 Anche la tua è una lettura possibile: forse il problema del film è proprio che non proponendo una chiave di lettura precisa, lascia ognuno a ‘riempirlo’ con le sue impressioni personali…

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