QUELLO CHE INVIDIO AGLI AMERICANI

Da un paio di giorni ho ripreso in mano “Rock Springs”, breve raccolta di racconti di Richard Ford. I protagonisti di queste storie, come poi avviene spesso in letteratura, sono sempre colti in situazioni, in momenti particolari delle loro vite, spesso con un biglietto nel portafogli, pronti a partire e a cambiare vita, magari dopo essere stati piantati dal partner, a sua volta partito verso altri lidi. In Ford – ma questa è cosa comune anche ad altri scrittori americani, come ad esempio Carver – questo discorso del ‘prendere e partire’ è sempre affrontato con notevole naturalezza: dopo tutto, una certa attitudine al ‘nomadismo’ è tipica della società americana… Ci si potrebbe dilungare molto in proposito, partendo dal fatto che in fondo gli U.S.A. si sono fondati sull’immigrazione prima e sulle migrazioni interne poi, vedasi tutto il discorso della frontiera.
E’un’attitudine ‘fondante e fondativa’, quella del chiudere capitoli della propria vita, di andarsene e di ricominciare altrove: in tanta letteratura e cinema americano non è raro assistere a queste scene di ‘mercatini’ improvvisati a bordo delle strade in cui chi è in partenza cerca di sbarazzarsi di ciò che non può portarsi appresso, eliminando tutto quanto di inutile ammassato in una fase della propria vita per cominciarne una nuova il più possibile ‘alleggeriti’; così come altra conseguenza è quella della diffusione dei ‘magazzini’, altro topos della letteratura e del cinema statunitense: non si riempe casa di oggetti inutili, si preferisce affittare dei magazzini, che tanto non si sa mai quanto ci si resterà, in quella casa.
Una sorta di ‘attitudine genetica al cambiamento’ che si riflette anche nelle scene cui puntualmente assistiamo quando sugli U.S.A. si abbatte qualche catastrofe naturale: i prefabbricati collassati, ci fanno chiedere: ma dove abitavano? E poi uno ci pensa e si risponde che per loro la ‘casa’ non è un qualcosa di immutabile, non sono le nostre ‘quattro mura’ da abitare a vita, quello di ‘casa’ è un concetto molto più ambio, flessibile, ‘liquido’, si direbbe oggi.
Il discorso del ‘finire’ per cominciare altrove, la ‘terra delle tante possibilità’, dove uno che ‘fallisce’ non viene marchiato a vita, è semplicemente uno ‘che gli è andata male’ e che può sempre cominciare altrove.
Tutto questo lo invidio, agli americani: al confronto noi siamo così attaccati ai luoghi, agli edifici, agli oggetti. C’è meno ‘flessibilità’, meno capacità di vedersi ‘altrove’, meno attitudine al chiudere e riaprire parentesi delle proprie vite, e quando questo succede, si ricomincia puntualmente laddove si era concluso… ovviamente tutto ciò è in parte ‘obbligato’: in Italia l’80 per cento delle famiglie è proprietario della casa dove abito, la casa è spesso considerata un bene-rifugio (lo sa bene Monti, che l’ha tassata all’inverosimile), è tutto un circolo vizioso che nasce dalla mentalità della gente, incapace di vedersi altrove, attaccata pervicacemente ai luoghi di nascita, quando non costretta dalla pura necessità ad emigrare (e anche in quel caso, nasce il ‘mito’ della terra d’origine, mentre negli U.S.A forse ha più forza quello della ‘terra promessa’)…
Eppure, questa attitudine quasi genetica al reinvertarsi, al cambiare aria, è una caratteristica che invidio: il ‘viaggiare leggeri’ lungo la vita, il non farsi tanti problemi a cambiare clima, nazione, usanze… probabilmente è anche ciò che ha portato gli Stati Uniti ad essere la grande Nazione che sono… forse dovremmo prendere esempio…

 

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3 responses to this post.

  1. E’ “il” Paese dalle mille opportunità. Oggi un po’ meno. E’ il Paese dalle diseguaglianze più evidenti ma che ha ancora la cultura del pioniere e dunque si muove verso un altrove che vede migliore.
    C’è un grosso distinguo da fare tra stato a stato e tra le grandi città e i centri rurali.
    La nostra cultura quella che molti neppure conoscono ma è è impastata con noi è quella millenaria della famiglia intesa come aggregatore sociale ed economico.
    Degli americani invidio la meritocrazia quando è onesdta e non esasperata (mai truccata) ad ogni livello ma sopratutto invidio, oggi, guardando alle nostre diatribe politiche di leadership tra pachidermi pressocchè ottuagenari invidio un presidente, al secondo mandato, poco più che cinquantenne e se poi vogliamo aggiungere ‘abbronzato’ direi che la mia invidia prende il volo.

    sheramahh?comehairesistitoaquestaprimatornatafesiva?

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    • @Shera: al di là della contingenza, ammiro questo loro avere nel dna l’idea che in una vita si possa finire e ricominciare da capo, anche più di una volta… Poi ovviamente si tratta di un Paese complessissimo (basta solo citare tutta la questione delle armi), però ecco, c’è questa flessibilità mentale che secondo me li fa ancora essere un bel pò avanti a noi…

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  2. Ti confesso che questa attitudine made in USA ha sempre incuriosito anche me. Un po’, questa capacità di “trasloco facile” la invidio, anche se forse invidio più le città in cui sarebbe facile traslocare. ^^

    Il nostro attaccamento alla città natale, d’altra parte, dimostra che noi italiani teniamo almeno a qualcosina della nostra madrepatria. In mancanza del senso di appartenenza alla nazione che gli Americani hanno (e da vendere!), ci accontentiamo. 😉

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