Archive for settembre 2012

FONONAZIONAL, “UNA SERA” (AUTOPRODOTTO)

Nati nel 2004, un primo disco (di cover) alle spalle, i Fononazional hanno tutti una solida carriera alle spalle, avendo suonato, o cantato, a fianco di un gran numero di esponenti del pop e della canzone d’autore italiana: nei curricula dei quattro leggiamo nomi come Eros Ramazzotti e Laura Pausini, Irene Grandi e Tullio De Piscopo, Mario Biondi, Cristiano De Andrè e Franco Battiato.

In “Una sera” il gruppo mescola jazz, canzone d’autore italiana e pop tricolore (nel senso migliore del termine): a fianco di brani originali, scritti per lo più dal pianista Mario Bianchi e dalla vocalist (e flautista) Paola Atzeni, troviamo alcune riproposizioni di pietre miliari del ‘songbook’ italiano: da Estate di Martino a L’importante è finire, da La collina dei ciliegi della premiata ditta Mogol – Battisti a Figlio Unico di Riccardo del Turco, fino a cimentarsi nellainnumerevoli volte riproposta Nel blu dipinto di blu, scelta che proprio per la ‘consutuedinarietà’ del brano, risulta per certi versi coraggiosa.

Il titolo del disco riassume molto di quanto l’ascoltatore troverà al suo interno: testi ruotati per la gran parte attorno a riflessioni su questioni sentimentali o sul ‘se’ (episodicamente, nella title – track, ci si concede una pausa maggiormente immaginifica), si accompagnano a suggestioni da club, da serata tranquilla, pausa rispetto al caos della giornata, atmosfere compassate.

La forma – canzone è arricchita dalle escursioni improvvisative tipiche del jazz, che pur ‘mollando gli ormeggi e prendendo il largo’ in alcune parentesi, restano sempre fedeli a una certa compostezza formale (di certo non si prendono mai derive esplicitamente free).

L’esito se vogliamo è ambivalente: godibilissimo dal punto di vita formale – complice l’impressione di grande professionalità ed esperienza trasmessa dalla band, oltre che l’interpretazione, sofisticata senza essere snob, della cantante – il disco lascia per certi versi la sensazione di essere quasi troppo ‘perfetto’, privo di sbavature, eccessivamente attento alla forma e per questo privato di un filo di immediatezza.

I Fononazional superano comunque agevolmente l’ostacolo della prima prova marcatamente autonoma, lasciando spalancate le porte all’ulteriore prosecuzione del cammino.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

REDRICK SULTAN, “TROLLING FOR ANSWERS” (AUTOPRODOTTO)

L’espressione ‘collettivo canadese’ da qualche anno è ormai diventata usuale, quando si parla di ‘rock alternativo /indipendente / usate voi l’aggettivo che più vi aggrada’: nella categoria rientrano anche i Redrick Sultan, la cui formazione – base è un quartetto, che in occasione di questo secondo lavoro sulla lunga distanza viene accompagnato di volta in volta nei diciassette brani che compongono il disco da una ventina circa di ospiti.

Forse più che in altre occasioni un numero così elevato di partecipanti risponde pienamente alle esigenze della band, venendo utilizzato nella maniera più efficace: “Trolling for answers” è una pazzesca cavalcata che attraversa, con disarmante nonchalance, i generi più vari: il funk e il free jazz, il folk e Frank Zappa, il ‘Canterbury sound’ e i ritmi ‘in levare’; il minimalismo da colonna sonora in stile Philip Glass o Michael Nyman e la musica Klezmer, la musica da camera e l’hip hop (mescolato a coretti anni ’30 o a orchestrazioni jazz dai profumi lounge). A impressionare, oltre alla indiscutibile capacità dei Redrick Sultan di attraversare i generi, è l’impressione di compattezza data dal lavoro nella sua complessità: lungi dall’essere un semplice campionario di ‘esercizi di stile’, il disco della band di Vancouver riesce a mantenere una grande coerenza di insieme, riuscendo a mantenere nella gran parte degli episodi una sorta di ‘marchio di fabbrica stilistico’ che cementa il lavoro, impedendogli di perdersi trai rigagnoli delle tante suggestioni musicali che si susseguono al suo interno. Colori sgargianti (con qualche digressione crepuscolare), una buona dose d’ironia e, sullo sfondo, la costante impressione di essere di fronte a una band che si diverte e vuole divertire: per chi non li conosceva, una bellissima sorpresa, un ascolto ricchissimo e a tratti entusiasmante.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

SPORT, SALUTISMO, ETC…

‎”Medico: Dovrebbe fare un po’ di sport.
Andreotti: Tutti i miei amici che facevano sport sono morti.
Medico: È un caso.
Andreotti: Io non ci credo al caso, io credo alla volontà di Dio” (Da “Il Divo”)

E se avesse ragione lui? Non è che tutto sport, questa smania di raggiungere il ‘risultato’, nell’illusione alle soglie dei 40 anni, di essere ‘atleti di livello’, quando alla fine non finiamo per essere altro che patetiche parodie dei ‘veri atleti’, ci faccia più male che bene? Questa fissazione patologica del ‘superare i nostri limiti’, quando in realtà sottoponiamo cuore, polmoni, muscoli, ossa e tendini ad uno ‘sforzo supplementare’ del quale forse non c’è manco tutto ‘sto bisogno? In fin dei conti a che serve? Ma dove vogliamo correre / nuotare? Alla fine basta qualche sana passeggiata ogni settimana, ed evitare di mangiare porcherie… Che poi, porcherie… ma insomma, se ci fanno ‘godere’, perché no? Tutto questo ‘salutismo’ comincia veramente a scassare la minchia, come se l’unico obbiettivo fosse vivere più a lungo possibile… ma per cosa? Eeeeeeh, Tizio è campato fino a 110 anni. Complimenti. Je danno ‘na medaglia?

SCARLETT THOMAS: IL GIRO PIU’ PAZZO DEL MONDO

Luke non è mai uscito di casa in vita sua; o almeno, una volta ci ha provato e momenti ci resta secco: colpito da una rarissima forma di allergia alla luce solare e in generale, all’ambiente esterno, ha passato i primi 25 anni della sua vita praticamente recluso, vittima di una madre iperprotettiva, vivendo il mondo attraverso la tv. Ciò non gli ha impedito comunque di crearsi un giro di amicizie e sentimenti, a partire da Julie, sua amica fin dai tempi dell’infanzia, che in Luke e nel suo bisogno di essere protetto ha trovato un alibi per la sua paura del mondo. Insieme a loro, un manipolo di variegati personaggi, tutti coi loro piccoli o grandi problemi, che improvvisamente decidono di lasciare la cittadina dell’Essex in cui abitano, per raggiungere in Galles un guru che sembra potrebbe avere la soluzione per la malattia di Luke.
Il tutto, prevedibilmente, si trasformera in un viaggio di (tras)formazione, in cui i diversi protagonisti troveranno la loro strada, il loro modo per superare le loro piccole – grandi paure.
Alla fine del volume la Thomas cita esplicitamente alcune righe del Mago di Oz, e infatti Il Giro più pazzo del mondo ne ripercorre, seppur in minima parte, i passi, rientrando in maniera più generale nel filone dei viaggi ‘corali’, delle ‘compagnie” etc…
La Scarlett Thomas (quasi) degli inizi: anno 2002, subito dopo l’enigmatico – a altrettanto corale – L’Isola dei Segreti, ma prima delle teorie del complotto di PopCo, o dei viaggi psichedelici di Che fine ha fatto Mr. Y, o ancora del più complesso e sospeso Il nostro tragico universo. Il giro più pazzo del mondo è un racconto dai contorni favolistici, che ci presenta una galleria di giovani uomini e donne alle soglie di quella ‘maturità’ che oggi si è spostata verso i trent’anni: incertezze sentimentali, dubbi sulla propria sessualità, precariato lavorativo, il rapporto con la malattia e la morte, le nevrosi frutto di un mondo e di ‘convenzioni sociali’ nei confronti dei quali si sente di essere inadeguati, con personaggi ai quali ci si affeziona, nella migliore tradizione di autori come Hornby, Haddon, Welsh o Doyle. Nulla di nuovo, dunque? Obbietterà qualcuno: “Il giro più pazzo del mondo” non aspira di certo a passare alla storia come un capolavoro, e probabilmente Scarlett Thomas non verrà mai candidata al Nobel… ma insomma, la capacità di dare vita a personaggi nei quali ci si riconosce e di far provare alla fine della lettura la sensazione agrodolce di aver finito di accompagnarli nel loro viaggio, forse può bastare.

ROMA – BOLOGNA 2-3

Campionato 2012 – 13, Terza giornata.

Il Tabellino:

STEKELENBURG 6: Incolpevole sui gol, per il resto puntuale anche se con qualche incertezza.

PIRIS 4: Tutto sommato efficace fino a quando non si addormenta nel minuto che porta al pareggio bolognese, del quale condivide la responsabilità con Burdisso;  che la parte della difesa dalla quale provengono i maggiori pericoli sia la loro, ormai non è più un caso (già successo con Catania e Inter). Zeman lo sostituisce per disperazione con

MARQUINHOS 6: Esordio di carattere in una situazione non facile.

BURDISSO 3,5: Fatti due conti, sui sei gol presi finora dalla Roma c’è sempre di mezzo lui; la partita di ieri non ha fatto eccezione: responsabile in condominio con Piris per i gol che hanno portato al pareggio del Bologna, si esibisce in un intervento scomposto che mette fuori causa Stekelenburg in occasione della rete del definitivo 2 – 3. Inguardabile.

CASTAN 6: La difesa funziona obbiettivamente meglio dalla parte sua e di Balzaretti, anche se poi nell’ultima mezz’ora finisce in confusione pure lui.

BALZARETTI 6,5: Il migliore del suo reparto, e uno dei pochi che si salvano dallo sfacelo. Recupera a tempo record dall’infortunio, non è al 100% e si vede, ma supplisce al tutto col solito atteggiamento volitivo: tra gli ultimi ad arrendersi, cerca fino alla fine il dialogo con Totti sulla tre quarti avversaria.

PJANIC 5: Dopo un primo tempo apprezzabile, si spegne sulla distanza, lasciando spazi ai giocatori del Bologna e dando loro modo di prendere progressivamente il pallino del gioco. Viene sostituito da

MARQUINHO 5: Entra senza incidere.

TACHSTIDICS 5,5: Non male nella prima parte della partita, cede insieme ai compagni di reparto nel secondo tempo.

FLORENZI 6: La sufficienza la raggiunge solo grazie al gol segnato; per il resto vale lo stesso discorso dei compagni di reparto: nel secondo tempo no non tiene più il campo, permettendo al Bologna di prendere il controllo delle operazioni.

TOTTI 6,5: Forse il migliore della Roma; da Capitano sul ‘viale del tramonto’ si è ritrovato per l’ennesima volta nel ruolo di trascinatore, complici un invidiabile stato di forma, ma anche le mancanze del resto della squadra. Ci prova fin da subito, con un tiro che prende il palo e apre la porta al vantaggio di Florenzi; trai giallorossi è quello che ha più occasioni da gol, pur non riuscendo mai a segnare.

LAMELA 6,5: Finalmente una partita degna. Si sblocca e segna una bella rete (anche se viziata dalla difesa bolognese ferma, in attesa di un intervento dell’arbitro per un giocatore rossoblu a terra), per il resto dell’incontro, soprattutto nel primo tempo, si muove tanto, cercando il dialogo coi compagni. Peccato che la sua miglior prestazione da molti mesi a questa parte coincida con un risultato così negativo. Zeman lo sostituisce con

NICO LOPEZ 5: Non entra mai in partita

DESTRO 5,5: Tanto movimento, qualche occasione, un gol giustamente annullato, ma l’impressione è che sia sempre un pò troppo defilato dal gioco; l’intesa con Piris è ancora molto lontana da quella tra Totti e Balzaretti, e il risultato è un Destro  in ombra e ancora alla ricerca del primo gol.

ZEMAN 5: Il problema è chiaro: la Roma funziona solo finché attacca e mette sotto pressione l’avversario; nelle idee calcistiche ‘der Boemo’, il concetto di ‘gestione della partita’ è completamente assente. Così, quando dopo un primo tempo strabiliante la squadra crolla fisicamente, complice forse un filo di autocompiacimento di troppo, di eccessiva sicurezza di aver già portato a casa il risultato, il Bologna prende spazio (anche grazie a un paio di sostituzioni azzeccate tra primo e secondo tempo), ci mette impegno e volontà e grazie a Gilardino e Diamanti (non proprio dei ‘signor nessuno’) si prende i tre punti. Bella fregatura, anche perché il problema non ha altra soluzione che non quella di curare la forza fisica e mentale della squadra;  con Zeman bisogna scordarsi di vedere la Roma gestire la palla con poca fatica e di partite come quella di ieri ne vedremo a pacchi…

SUPER DISTORTION, “UTOPIA INTERNATIONAL” (Pointy Bird Records)

Tanto per mettere subito in chiaro le cose: se vi piacciono le band che amano suonare retrò, omaggiando l’età dell’oro degli anni 70, con esiti tutto sommato piacevoli sotto il profilo della ‘forma’, ma con poco o nulla di originale in quanto a ‘sostanza’, allora il disco dei Super Distortion.

L’inglese Pete Bradley è l’artefice del progetto, solo l’ultima in ordine cronologica tra le varie esperienze portate avanti nel corso della sua carriera, tanto duratura quanto lontana dai riflettori. Ampi, e un tantino esagerati, i riferimenti citati, all’insegna di un mix in cui troviamo i Caravan e i Tame Impala, Astrud Gilberto e i Brian Jonestown Massacre, Frank Zappa, Jesus And Mary Chain e Mike Oldfield, in un elenco fino troppo abbondante e tutto sommato anche fuorviante.

Messa in maniera più semplice, le dieci tracce presenti rappresentano un omaggio ai seventies, in alcune delle loro principali sfaccettature: dal folk à la Neil Young ai ronzii di Blue Cheer e Black Sabbath, dalle tirate ‘lisergiche’ degli Hawkwind alla psichedelia più orientata al pop.

Un lavoro che si lascia ascoltare e che scorre via rapido, ma che sulla lunga distanza non riesce ad evitare la sensazione di ‘già sentito’ e ai Super Distortion dell’originalità importa probabilmente poco.

Si sforano in qualche parentesi i cinque minuti di durata, episodicamente i sei e i sette (sui complessivi quaranta minuti circa), ma a tratti questo ricorso alle digressioni strumentali e alle dilatazioni appare un pò fine a sé stesso, a voler a tutti i costi rincorrere certe abitudini dell’epoca; indubbiamente più efficaci i brani dove la sintesi (anche con qualche suggestione pop) prende il sopravvento.

L’esito, potrebbe dirsi, è più che mai ambivalente: efficace se si guarda alla semplice riproposizoni di suoni e atmosfere, molto meno se, anche da un lavoro molto derivativo, si cerca comunque un minimo di originalità.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

PHILIP COHEN, “LIVING” (AUTOPRODOTTO)

Un disco assolutamente ‘americano’, per un cantautore che più inglese di così non si può: Philip Cohen è di Cambridge, ma suona come se ne stesse all’ombra di un portico di una casa coloniale, o se magari viaggiasse nel cassone di uno scalcinato furgone che attraversa gli assolati panorami del Midwest.

Un lavoro improntato all’acustica, giocato costantemente sul classico binomio voce – chitarra (che a volte quasi si ‘maschera’ da banjo); percussioni di contorno, episodicamente un violino, ad accrescere i profumi folk della miscela, una parentesi isolata a dargli man forte dietro al microfono arriva una delicata voce femminile.

Le ascendenze, si sarà intuito, sono abbastanza classiche: tanto country, talvolta declinato nelle odierne suggestioni (volendo si può quindi piazzarci un ‘alt.’ davanti); in un caso (Pawn & Queen) ci si distacca un pò dal contesto, prendendo una strada più tortuosa e irruvidita, talvolta si intravedono sprazzi della nobile tradizione del pop inglese (perché insomma, poi le radici non si possono ignorare più di tanto); il risultato non è magari spettacolare, ma gradevole questo si: Cohen insomma mostra di essere un bravo studente, che oltre a seguire la lezione, trova modo di interessarvisi anche, in maniera genuina. Attendiamo le prossime puntate.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY