Archive for settembre 2012

SCARLETT THOMAS: IL GIRO PIU’ PAZZO DEL MONDO

Luke non è mai uscito di casa in vita sua; o almeno, una volta ci ha provato e momenti ci resta secco: colpito da una rarissima forma di allergia alla luce solare e in generale, all’ambiente esterno, ha passato i primi 25 anni della sua vita praticamente recluso, vittima di una madre iperprotettiva, vivendo il mondo attraverso la tv. Ciò non gli ha impedito comunque di crearsi un giro di amicizie e sentimenti, a partire da Julie, sua amica fin dai tempi dell’infanzia, che in Luke e nel suo bisogno di essere protetto ha trovato un alibi per la sua paura del mondo. Insieme a loro, un manipolo di variegati personaggi, tutti coi loro piccoli o grandi problemi, che improvvisamente decidono di lasciare la cittadina dell’Essex in cui abitano, per raggiungere in Galles un guru che sembra potrebbe avere la soluzione per la malattia di Luke.
Il tutto, prevedibilmente, si trasformera in un viaggio di (tras)formazione, in cui i diversi protagonisti troveranno la loro strada, il loro modo per superare le loro piccole – grandi paure.
Alla fine del volume la Thomas cita esplicitamente alcune righe del Mago di Oz, e infatti Il Giro più pazzo del mondo ne ripercorre, seppur in minima parte, i passi, rientrando in maniera più generale nel filone dei viaggi ‘corali’, delle ‘compagnie” etc…
La Scarlett Thomas (quasi) degli inizi: anno 2002, subito dopo l’enigmatico – a altrettanto corale – L’Isola dei Segreti, ma prima delle teorie del complotto di PopCo, o dei viaggi psichedelici di Che fine ha fatto Mr. Y, o ancora del più complesso e sospeso Il nostro tragico universo. Il giro più pazzo del mondo è un racconto dai contorni favolistici, che ci presenta una galleria di giovani uomini e donne alle soglie di quella ‘maturità’ che oggi si è spostata verso i trent’anni: incertezze sentimentali, dubbi sulla propria sessualità, precariato lavorativo, il rapporto con la malattia e la morte, le nevrosi frutto di un mondo e di ‘convenzioni sociali’ nei confronti dei quali si sente di essere inadeguati, con personaggi ai quali ci si affeziona, nella migliore tradizione di autori come Hornby, Haddon, Welsh o Doyle. Nulla di nuovo, dunque? Obbietterà qualcuno: “Il giro più pazzo del mondo” non aspira di certo a passare alla storia come un capolavoro, e probabilmente Scarlett Thomas non verrà mai candidata al Nobel… ma insomma, la capacità di dare vita a personaggi nei quali ci si riconosce e di far provare alla fine della lettura la sensazione agrodolce di aver finito di accompagnarli nel loro viaggio, forse può bastare.

ROMA – BOLOGNA 2-3

Campionato 2012 – 13, Terza giornata.

Il Tabellino:

STEKELENBURG 6: Incolpevole sui gol, per il resto puntuale anche se con qualche incertezza.

PIRIS 4: Tutto sommato efficace fino a quando non si addormenta nel minuto che porta al pareggio bolognese, del quale condivide la responsabilità con Burdisso;  che la parte della difesa dalla quale provengono i maggiori pericoli sia la loro, ormai non è più un caso (già successo con Catania e Inter). Zeman lo sostituisce per disperazione con

MARQUINHOS 6: Esordio di carattere in una situazione non facile.

BURDISSO 3,5: Fatti due conti, sui sei gol presi finora dalla Roma c’è sempre di mezzo lui; la partita di ieri non ha fatto eccezione: responsabile in condominio con Piris per i gol che hanno portato al pareggio del Bologna, si esibisce in un intervento scomposto che mette fuori causa Stekelenburg in occasione della rete del definitivo 2 – 3. Inguardabile.

CASTAN 6: La difesa funziona obbiettivamente meglio dalla parte sua e di Balzaretti, anche se poi nell’ultima mezz’ora finisce in confusione pure lui.

BALZARETTI 6,5: Il migliore del suo reparto, e uno dei pochi che si salvano dallo sfacelo. Recupera a tempo record dall’infortunio, non è al 100% e si vede, ma supplisce al tutto col solito atteggiamento volitivo: tra gli ultimi ad arrendersi, cerca fino alla fine il dialogo con Totti sulla tre quarti avversaria.

PJANIC 5: Dopo un primo tempo apprezzabile, si spegne sulla distanza, lasciando spazi ai giocatori del Bologna e dando loro modo di prendere progressivamente il pallino del gioco. Viene sostituito da

MARQUINHO 5: Entra senza incidere.

TACHSTIDICS 5,5: Non male nella prima parte della partita, cede insieme ai compagni di reparto nel secondo tempo.

FLORENZI 6: La sufficienza la raggiunge solo grazie al gol segnato; per il resto vale lo stesso discorso dei compagni di reparto: nel secondo tempo no non tiene più il campo, permettendo al Bologna di prendere il controllo delle operazioni.

TOTTI 6,5: Forse il migliore della Roma; da Capitano sul ‘viale del tramonto’ si è ritrovato per l’ennesima volta nel ruolo di trascinatore, complici un invidiabile stato di forma, ma anche le mancanze del resto della squadra. Ci prova fin da subito, con un tiro che prende il palo e apre la porta al vantaggio di Florenzi; trai giallorossi è quello che ha più occasioni da gol, pur non riuscendo mai a segnare.

LAMELA 6,5: Finalmente una partita degna. Si sblocca e segna una bella rete (anche se viziata dalla difesa bolognese ferma, in attesa di un intervento dell’arbitro per un giocatore rossoblu a terra), per il resto dell’incontro, soprattutto nel primo tempo, si muove tanto, cercando il dialogo coi compagni. Peccato che la sua miglior prestazione da molti mesi a questa parte coincida con un risultato così negativo. Zeman lo sostituisce con

NICO LOPEZ 5: Non entra mai in partita

DESTRO 5,5: Tanto movimento, qualche occasione, un gol giustamente annullato, ma l’impressione è che sia sempre un pò troppo defilato dal gioco; l’intesa con Piris è ancora molto lontana da quella tra Totti e Balzaretti, e il risultato è un Destro  in ombra e ancora alla ricerca del primo gol.

ZEMAN 5: Il problema è chiaro: la Roma funziona solo finché attacca e mette sotto pressione l’avversario; nelle idee calcistiche ‘der Boemo’, il concetto di ‘gestione della partita’ è completamente assente. Così, quando dopo un primo tempo strabiliante la squadra crolla fisicamente, complice forse un filo di autocompiacimento di troppo, di eccessiva sicurezza di aver già portato a casa il risultato, il Bologna prende spazio (anche grazie a un paio di sostituzioni azzeccate tra primo e secondo tempo), ci mette impegno e volontà e grazie a Gilardino e Diamanti (non proprio dei ‘signor nessuno’) si prende i tre punti. Bella fregatura, anche perché il problema non ha altra soluzione che non quella di curare la forza fisica e mentale della squadra;  con Zeman bisogna scordarsi di vedere la Roma gestire la palla con poca fatica e di partite come quella di ieri ne vedremo a pacchi…

SUPER DISTORTION, “UTOPIA INTERNATIONAL” (Pointy Bird Records)

Tanto per mettere subito in chiaro le cose: se vi piacciono le band che amano suonare retrò, omaggiando l’età dell’oro degli anni 70, con esiti tutto sommato piacevoli sotto il profilo della ‘forma’, ma con poco o nulla di originale in quanto a ‘sostanza’, allora il disco dei Super Distortion.

L’inglese Pete Bradley è l’artefice del progetto, solo l’ultima in ordine cronologica tra le varie esperienze portate avanti nel corso della sua carriera, tanto duratura quanto lontana dai riflettori. Ampi, e un tantino esagerati, i riferimenti citati, all’insegna di un mix in cui troviamo i Caravan e i Tame Impala, Astrud Gilberto e i Brian Jonestown Massacre, Frank Zappa, Jesus And Mary Chain e Mike Oldfield, in un elenco fino troppo abbondante e tutto sommato anche fuorviante.

Messa in maniera più semplice, le dieci tracce presenti rappresentano un omaggio ai seventies, in alcune delle loro principali sfaccettature: dal folk à la Neil Young ai ronzii di Blue Cheer e Black Sabbath, dalle tirate ‘lisergiche’ degli Hawkwind alla psichedelia più orientata al pop.

Un lavoro che si lascia ascoltare e che scorre via rapido, ma che sulla lunga distanza non riesce ad evitare la sensazione di ‘già sentito’ e ai Super Distortion dell’originalità importa probabilmente poco.

Si sforano in qualche parentesi i cinque minuti di durata, episodicamente i sei e i sette (sui complessivi quaranta minuti circa), ma a tratti questo ricorso alle digressioni strumentali e alle dilatazioni appare un pò fine a sé stesso, a voler a tutti i costi rincorrere certe abitudini dell’epoca; indubbiamente più efficaci i brani dove la sintesi (anche con qualche suggestione pop) prende il sopravvento.

L’esito, potrebbe dirsi, è più che mai ambivalente: efficace se si guarda alla semplice riproposizoni di suoni e atmosfere, molto meno se, anche da un lavoro molto derivativo, si cerca comunque un minimo di originalità.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

PHILIP COHEN, “LIVING” (AUTOPRODOTTO)

Un disco assolutamente ‘americano’, per un cantautore che più inglese di così non si può: Philip Cohen è di Cambridge, ma suona come se ne stesse all’ombra di un portico di una casa coloniale, o se magari viaggiasse nel cassone di uno scalcinato furgone che attraversa gli assolati panorami del Midwest.

Un lavoro improntato all’acustica, giocato costantemente sul classico binomio voce – chitarra (che a volte quasi si ‘maschera’ da banjo); percussioni di contorno, episodicamente un violino, ad accrescere i profumi folk della miscela, una parentesi isolata a dargli man forte dietro al microfono arriva una delicata voce femminile.

Le ascendenze, si sarà intuito, sono abbastanza classiche: tanto country, talvolta declinato nelle odierne suggestioni (volendo si può quindi piazzarci un ‘alt.’ davanti); in un caso (Pawn & Queen) ci si distacca un pò dal contesto, prendendo una strada più tortuosa e irruvidita, talvolta si intravedono sprazzi della nobile tradizione del pop inglese (perché insomma, poi le radici non si possono ignorare più di tanto); il risultato non è magari spettacolare, ma gradevole questo si: Cohen insomma mostra di essere un bravo studente, che oltre a seguire la lezione, trova modo di interessarvisi anche, in maniera genuina. Attendiamo le prossime puntate.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

LUCA GEMMA, “SUPERNATURALE” (NOVUNQUE)

Quarto lavoro da studio per l’ex Rossomaltese che per l’occasione raduna un manipolo di amici (Patrizia Laquidara, Mattia Boschi dei Marta Sui Tubi, l’ex Karma e Afterhours Andrea Viti tra gli altri).

Il titolo sintetizza efficacemente il filo conduttore degli undici brani presenti: ‘supernaturale’, attenzione, non come sinonimo di ‘soprannaturale’, ma proprio nel suo significato letterale, la ricerca di qualcosa di estremamente immediato, così privo di filtri e di quelle che con un filo di saccenza si potrebbero definire ‘sovrastrutture’ da apparire semplice, ai limiti del ‘naif’.

Affidandosi spesso alla rima baciata, il cantautore piemotese  lambisce episodicamente i temi dell’essere musicista, dell’industria della canzone e dell’osservazione della poco edificante realtà italiana; la gran parte dei pezzi di “Supernaturale” è però dedicata alla riflessione su sè e, soprattutto, dando ai pezzi una continua coloritura ‘ambientale’, richiamando costantemente il richiamo con la natura, sottolineato tra l’altro dalla copertina e dalla foto interna, che ritrae l’autore seduto su una panchina di legno, all’ombra di un albero, i piedi nuti a toccare il terreno erboso.

Disco semplice nelle forme ma ricco nei suoni, con archi e fiati che in alcune parentesi aggiungono le loro pennellate sonore a quelle più presenti di chitarre, tastiere (utilizzatissimo il moog) varie percussioni, a disegnare brani all’insegna di un pop elegante senza divenire troppo sofisticato, immediato ma non ammiccante. Predomina la dimensione acustica, ritmi lenti e dilatati, pur non mancando qualche frangenti di elettricità un tantino più ruvida, per un lavoro riconducibile certo alla classica tradizione cantautorale italica, ma che di tanto fa tornare alla memoria la leggera stagione del ‘beat’ tricolore. Un disco efficace, che potrebbe far storcere il naso a qualcuno nel sembrare così semplice, ma che fa di questa sua immediatezza, a tratti disarmante, la sua arma vincente.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

DAVIDE FERRARIO, “F” (LIBELLULA MUSIC)

Al primo disco solista, Davide Ferrario arriva dopo aver già percorso una lunga strada, che l’ha portato a Sanremo nel 2007 con gli Fsc e a collaborare con vari ‘big’ della musica italiana, tra cui Litfiba e Gianna Nannini. L’incontro decisivo è però stato quello con Franco Battiato che, oltre ad avviare con lui una collaborazione costante, l’ha anche portato in tour, permettendogli di esibirsi col brano “Non capiranno”, qui presente.

I dodici brani che compongono “F” si muovono tra coordinate abbastanza definite: il cantautorato italiano, da un parte, un rock spesso colorato di elettronica dall’altro.

La formula ricorda, a tratti, i Subsonica, ma il paragone è puramente indicativo: Ferrario evita infatti di pigiare l’acceleratore, oltre a mostrare una vena intimista e, in un certo senso, meno ‘piaciona’, rispetto al gruppo torinese pur cedendo, in qualche episodio alle tentazioni di un synth-pop un tantino ammiccante.

A dominare sono invece toni per lo più crepuscolari, più adatti a fare da contorno sonoro a una scrittura che appare in un certo frammentaria sospesa: i brani sembrano estrapolati da brandelli di conversazioni, considerazioni tra sé e sé, appunti. Un apparente ‘disordine’ che trova la sua corrispondenza nel booklet, in cui i singoli testi sono presentati di volta in volta, come stralci di file scritti al computer, pagine di diari, lunghi sms, note prese sul primo foglio che capita, quasi a restituire l’immediatezza – e la casualità – del processo creativo.

Una scrittura che appare convincente che nel suo essere sospesa e nel suo lasciare spazio al ‘non detto’ restituisce un’impressione di immediatezza, di mancanza di ‘filtri’.

Nel complesso, è un disco che convince, pur lasciando l’impressione che la scelta della formula sonora non abbia reso sufficientemente alla componente testuale, in un certo senso depotenziadola: nel corso dell’ascolto si avverte la mancanza di una maggiore incisività, di una differenziazione che desse una veste sonora più caratterizzante ai singoli brani. Al suo esordio Davide Ferrario mostra di avere comunque tutte le carte in regola per proseguire in maniera più che positiva la propria carriera.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO

Sono passati otto anni da quando Batman ha sconfitto il Joker e Harvey Dent; Gotham è ‘pacificata’, tutti o quasi i criminali rinchiusi in galera. Bruce Wayne, fiaccato nel corpo e nello spirito, si è imposto una sorta di autoreclusione. L’arrivo del supercriminale Bane, col proposito di portare a termine i piani di distruzione di Ras Al Ghul nel primo capitolo della trilogia e l’incontro con Catwoman, altro personaggio ‘borderline’, sospeso tra la passione per il furto e consapevolezza delle proprie  azioni, spingerà il Cavaliere Oscuro a tornare in strada.
Il terzo capitolo della lettura nolaniana di Batman  segue lo schema classico: dopo la nascita e lo scontro con la propria ‘nemesi’, ecco una storia di caduta e rinascita, in cui l’eroe prenderà atto dei propri limiti, seguendo un percorso che lo riporterà agli antichi fasti.
Le attese erano tante, ma l’atmosfera, va detto, non delle migliori, come se già dai trailer e dalle notizie arrivate alla spicciolata  si fosse capito che questo film non sarebbe stato all’altezza dei precedenti: del resto è difficile pensare che un regista come Nolan possa affezionarsi a un personaggio tanto da mantenere il livello alto per addirittura tre film.
Purtroppo le ‘grandi speranze’ sono in gran parte deluse e i foschi presagi sono in buona misura confermati.
Partiamo da un dato oggettivo: Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno è un pachiderma di quasi tre ore. La lunghezza di un film in sé ovviamente  non offre un buon metro di giudizio: dipende da come lo si usa, il tempo. Ebbene, purtroppo, Nolan lo usa male, e da qui seguono a cascata i principali problemi del film. Quando in un lavoro di tre ore trovano spazio dei ‘buchi narrativi’ che tranquillamente ci puoi passare attraverso, qualcosa non ha funzionato, specie se a fronte di queste ‘lacune’, si dedica troppo spazio a raccontare vicende tutto sommato marginali;  comprensibile la voglia di creare ‘l’attesa’ per il ritorno dell’eroe, ma in questo casi si è esagerato;  la prima parte del film è troppo ‘parlata’, dominata da personaggi logorroici che declamano intenzioni e ‘filosofie’ in un susseguirsi di battute di quelle che forse vorrebbero ‘restare’, ma che alla fine si perdono in discorsi – fiume.
Meglio la parte centrale, mentre sul finale assistiamo a una ‘rissa’ collettiva per strada che sembra riprendere pari pari Gangs of New York e a un combattimento terra – aria tra aerei ipermoderni e mezzi corazzati che perde ogni connotato batmaniano (metteteci James Bond, John McClane o Jason Bourne e sarebbe stata la stessa cosa), con un Batman e una Gotham City fin troppo diurni e un epilogo in stile ‘tarallucci e vino’ che ancora una volta col Cavaliere Oscuro ha ben poco a che fare.
A salvare la ‘baracca’ ci pensano gli attori: certo il ‘cattivo’ Bane – Tom Hardy, per esigenze narrative perde buona parte dell’espressività a causa della maschera che indossa (a proposito: se iconograficamente il personaggio è azzeccato, la narrazione delle sue origini appare molto pasticciata) e questo è un altro punto a sfavore del terzo capitolo rispetto ai precedenti, nei quali Liam Neeson e soprattutto Heath Ledger (al netto dell’aura ‘mitologia’ conferitagli dalla morte prematura), avevano dominato la scena alla grande. Meglio, molto meglio, una Ann Hathaway per certi versi sorprendente nel tratteggiare efficacemente una Catwoman apparentemente ‘forte’, ma che in realtà si volge ‘al male’ per una sostanziale mancanza di fiducia nella sua parte ‘buona’. Christian Bale si conferma interprete di valore, Caine e Freeman offrono il solito più che onesto contributo, un pò sottotono Marion Cotillard, che appare messa lì in modo un pò forzato, tanto per dare maggior respiro internazionale alla produzione.
Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno appare, in fondo, un film superfluo, lasciando l’impressione che Nolan vi si sia dedicato più per ‘onore di firma (e di soldi)’ che non mosso dalla reale intenzione di tornare nuovamente su un personaggio sul quale forse aveva già detto tutto ciò che doveva, mostrando in questo caso di avere molti abbozzi di idee, ma non la ‘motivazione’ forte necessaria a dare vita a un terzo capitolo all’altezza dei precedenti.

PARALIMPIADI: CONSUNTIVO FINALE

Le Paralimpiadi di Londra vanno concludendosi:  tra leultime medaglie assegnate, nessuna per l’Italia. Possiamo comunque essere soddisfatti per quanto fatto nella giornata di ieri: l’argento della staffetta di handbyke, con Zanardi, Potestà e Francesca Fenocchio, in una team ‘misto’. Altre due medaglie dal ciclismo, oro nel tandem e argento di Giorgio Farroni. Le Paralimpiadi di Londra si chiudono per l’Italia con 28 medaglie, come alle Olimpiadi per ‘normodotati’ e il tredicesimo posto nel medagliere, undicesimo per numero complessivo di medaglie. Appuntamento a Rio 2016, sperando nel frattempo di poter continuare ad assistere ad altre imprese dei nostri atleti e che l’informazione non cali il sipario per ricordarsene solo tra altri quattro anni.

INSOONER, “CAIMANI” (FOREARS RECORDS)

I varesini Insooner giungono al primo ‘disco importante’ della loro carriera: dopo un precedente lavoro, autoprodotto, il trio lombardo si affida alle mani di Daniele Landi, facendosi dare una mano in fase di esecuzione da  Nicola Manzan, pluricelebrato violinista che, oltre ad avere al suo attivo un’ampia gamma di partecipazione a varie produzioni ‘alternative’ (Offlaga Disco Pax, Paolo Benvegnù, Baustelle tra gli altri), col suo progetto Bologna Violenta ha offerto alcune tra le prove più felici di ‘caos organizzato’ in salsa tricolore degli ultimi anni.

Partiamo da questo: la presenza di Manzan dovrebbe essere, in un certo senso, garanzia di qualità; e in effetti gli Insooner dimostrano di saperci fare, pur con tutte le incertezze – e le ingenuità – che caratterizzano un gruppo agli esordi, pur se sotto la supervisione di un produttore di livello.

Le otto tracce di “Caimani” sono ascrivibili al filone del rock alternativo italiano che ha preso come stella polare le sonorità ruvide e frastagliate degli anni ’90: è la stessa band di Varese a citare, tra le influenze principali, i Verdena.

Radici che l’ascolto conferma in toto: la formula degli Insooner si rifà molto a quel tipico modo di svolgere i pezzi, avviandoli magari come una tipica (per quanto ruvida), forma canzone, per farli deviare in escursioni soniche dal sapore vagamente psichedelico.

Un procedimento che la band mostra di aver bene assorbito, tentando di restituirlo con adeguata autonomia stilistica: il risultato è per certi versi soddisfacente, sebbene il disco negli ultimi pezzi mostri un pò la corda, come se la band avesse già mostrato tutto ciò che aveva da offrire. A sostenere la componente sonora, una scrittura che mostra in nuce delle discrete potenzialità, sebbene per certi versi un pò acerba.

Quello degli Insooner è insomma il tipico disco di una band che ha compiuto ancora meno strada di quanta (è augurabile) ne abbia ancora davanti a sé, lasciando la curiosità per vedere se riusciranno ad inquadrare ulteriormente il proprio stile in un eventuale seguito.

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KILL STAR, “TRESHOLD” (AUTOPRODOTTO)

Il grunge continua a mietere vittime, anche a ormai vent’anni di distanza: tra gli ultimi, in ordine di tempo, i Kill Star di Winnipeg. Il trio ripropone più o meno tutti gli stilemi del genere, a partire da un cantato all’insegna del ‘disagio di vivere’, riconducibile a Staley o Weiland, con le chitarre a sviluppare il classico ‘muro sonoro, accentuando il lato ‘metallico’ della faccenda (a tratti ricordando Zakk Wylde, storico chitarrista di Ozzy Osbourne e, in particolare, il suo progetto Pride & Glory che, uscito nel ’94 risentiva fatalmente delle atmosfere del periodo).

I Kill Star offrono una rilettura del genere che, per quanto cerchi strade ‘autonome’, finisce per perdere rapidamente la propria spinta propulsiva: già al quinto / sesto brano dei dodici presenti, l’ascoltatore più smaliziato comincia a faticare ad andare avanti con l’ascolto, complice non solo la ‘derivatività’ del disco, ma anche una certa mancanza di idee che diviene sempre più palese man mano che si procede nell’ascolto.

Eppure, “Treshold” è un disco che può trarre almeno una minima ‘ragion d’essere’, dalla confezione sonora, efficace nello sviluppare volume sonoro; lo si potrebbe definire un ‘disco generazionae’: molto più adatto agli ascoltatori più giovani, che non hanno vissuto ‘in diretta’ l’era del grunge, e che in dischi come questo possono trovare un utile sostituto, o se vogliamo un’introduzione al ‘genere’ che preluda all’esplorazione dei ‘classici’; per l’uditorio ‘over 30’ fatalmente risulta un lavoro anonimo, che non va molto oltre ‘l’attitudine’ e la grinta sonora della band.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY