Archive for agosto 2012

AVANGUARDIE RUSSE

Roma, Ara Pacis. Fino al 2 Settembre.

Strano: stati a vedere che anche le mostre d’arte contemporanea mi stanno venendo a noia… oppure, semplicemente, la mia mania di ‘vedere tutto’ sta mostrando gli effetti collaterali. Quest’anno è la seconda volta, che mi capita di andare a vedere una mostra  e di uscirne sostanzialmente insoddisfatto: già successe qualche mese a  dietro, con Mirò; è accaduto di nuovo, pochi giorni fa, con l’esposizione dedicata alle Avanguardie Russe. Intendiamoci, come nel caso di Mirò, non si può parlare di una mostra ‘brutta’ , quanto di qualcosa di insoddisfacente: è come se ti avessero solleticato il palato e poi arrivati al dunque, la ‘ciccia’ fosse scomparsa. Che poi, a dirla tutta, stavolta l’organizzazione ci ha messo del suo: insomma, vedì lì i nomi di Malevich, Kandinskji e Chagall ‘strillati’ a tutto volume sui manifesti pubblicitari, poi vai lì e ti accorgi che i primi due sono ‘derubricati’ a inizio mostra, con due aree ‘dedicate’, una mezza dozzina di opere ciascuno; con Chagall si sfiora addirittura la ‘pubblicità ingannevole’, visto che di quadri suoi ce ne sono tre, nessuno dei quali poi riporta (se non in minima parte) le atmosfere ‘oniriche’ le atmosfere tipiche dell’artista; per contro, troppo spazio appare essere stato dedicato  ai cezannisti e ai post-impressionisti, che da soli occupano una gran porzione della mostra; più interessante la sezione dedicate a Larionov e Goncharova che avrebbero meritato forse più spazio. L’esposizione riprende quota con le aree Cubofuturismo – Astrattismo – Costruttivismo, ma anche qui: non mi potete usare il nome di Rodchenko come una sorta di ‘specchietto per le allodole’ e poi esporne una sola opera. Formalmente è corretto, l’autore è effettivamente esposto – ma uno si aspettava un pò di più.  Alla fine a percorrerla tutta ho impiegato un’oretta (contro i 90 minuti circa di media), anche perché poi il numero di opere esposte è tutto sommato non abnorme.  Un punto di merito vorrei però sottolinearlo: la nuova organizzazioni degli spazi espositivi è molto più efficace di prima; a occhio e croce, credo che gli spazi siano stati anche un filo ampliati, fatto sta che tutto è più ampio, luminoso, arioso, venendo meno il senso quasi ‘claustrofobico’, che caratterizzava la precedente articolazione degli spazi, anche e soprattutto grazie all’eliminazione dei due fastidiosissimi corridoi laterali nei quali, nelle occasioni più affollate, quasi non si camminava.

SAMIA YUSUF OMAR

Una storia che colpisce,  ancora di più perché la si viene a sapere a pochi giorni di distanza dalla fine delle Olimpiadi. Un’atleta giunta alle Olimpiadi di Pechino del 2008, di quelle arrivate più con la gioia di esserci, che con l’obiettivo di arrivare sul podio. Il sogno di una vita da atleta che si infrange contro la guerra nel suo Paese, la Somalia. Il seguito della storia la accomuna a tanti come lei: la fuga dalla guerra, l’arrivo sulla costa del Mediterraneo, il sogno di raggiungere l’Italia, l’Occidente e chissà, magari di ricordare a qualcuno la sua esperienza da atleta e riuscire in qualche modo a tornare alle gare. Tutto finito, su un barcone affondato sulla via dell’Italia, come tante volte successo in passato. Una storia come tante… che in un amante dello sport non può non lasciare un pò di amarezza in più.

OGNI ESTATE

Per la maggior parte delle persone, l’estate è sinonimo di relax, svago, divertimento: lasciamo perdere il discorso dei ‘forzati delle ferie’, di quelli che come si usa dire, tornano più stressati di quando sono partiti: alla fine, anche a loro, l’estate offre parentesi di ‘leggerezza’. Le mie estati sono, da anni, l’occasione per guardarmi allo specchio e riflettere su una situazione di vita che passano gli anni ed è sempre la stessa, quindi considerando che il passaggio del tempo è comunque un fattore negativo, il quadro peggiora ogni anno. Al fondo delle cose c’è sempre il classico ‘come ho fatto a ridurmi così?’. Da anni non vado in vacanza: è tutta una catena, cominciata negli anni dell’Università, in cui non si sapeva mai che fine fare, causa appelli; gli stessi anni in cui, superati i venti, andare in vacanza coi miei era diventato del tutto improponibile. Poi, i discorsi sono quelli: certo c’è una questione di mancanza di soldi, cui si somma la mancanza di gente con cui andarci in vacanza… Poi c’è la solita scusa, che siccome io non ho un lavoro ‘normale’ sul quale stressarmi come tutti gli altri, allora di tutte ste vacanze non ho bisogno.  E scava e scava, alla fine il motivo sta tutto nella mia incapacità di cambiare, di ‘deragliare’ da una ‘norma’. Vivo 365 giorni all’anno in un mondo autocostruito, edificato su ritmi tutti uguali, incapace di cambiare. Prendiamo uno degli aspetti più piacevoli, la piscina: ma vi pare possibile che da 15 anni e passa a ‘sta parte io ogni autunno mi re-iscrivo in piscina? Manco dovessi farlo per agonismo. No. Trovata una sorta di ‘attività fisica d’elezione’, guai a deragliare… ci sono persone che negli stessi anni credo abbiano cambiato uno sport l’anno, magari arrivando pure  a provare il badminton… Io, no. Alla fine si tratta di ‘mancanza di palle’,  semplicemente… l’accontentarsi, il non aspirare ad altro, il farsi bastare ciò che si ha, persino il ‘bastare a se stessi’. Potrei dare la ‘colpa’ ai miei, ma alla fine ho sempre creduto che ognuno in fondo sia artefice del proprio destino, che, al netto del luogo dove casualmente veniamo al mondo, poi la strada ce la costruiamo noi, cominciando più presto di quanto s’immagini. Potrei dire che è stata una ‘somma’, che uno come me avrebbe avuto bisogno attorno a sè di una famiglia che lo prendesse, in senso figurato,  ‘a calci’, spingendolo fuori dalla palude, anche solo crescendolo insegnandogli di non accontentarsi, di aspirare sempre a qualcosa di meglio. Così, per tanti motivi, non è stato… ma non posso scaricare tutto sugli altri, ci ho messo del mio, insomma: ripeto, ognuno percorre la propria strada alla fine. La mia strada mi ha portato qui, a una vita all’insegna dell’accontentarsi, del ‘non lamentiamoci che c’è chi sta peggio’, di passatempi (i fumetti, la musica,  i libri, etc..), tutti sedentari, di una ‘cura del fisico’ che si è fossilizzata sul nuoto (la corsa talvolta d’estate). Tutto scontato, tutto meccanizzato. Nessun coraggio di cambiare, di evadere, di uscire dalla routine.  Così arriva l’estate, e io resto qui, privo della spinta necessaria a partire, forse conscio del fatto che tre, cinque, dieci, quindici giorni da qualche parte non cambierebbero certo un loop destinato a ricominciare; conscio del fatto che in vacanza, solo e senza ‘spirito d’avventura’, anche nei contatti con le persone, finirei per annoiarmi. Restiamo qui, accontentiamoci di girare per il centro di Roma, confondendoci trai turisti (ti pare poco!! dirà qualcuno, ma la questione non è proprio questa). Sono passati i venti, sono passati i 30, si avvicinano i 40… tutto sempre uguale, la vita corre e io resto fermo.

PUSSY RIOT: E MONTI TACE…

(che poi detto tra parentesi mi aspettavo di trovare in questi giorni di mancato aggiornamento un bello ‘0 visite’ e invece quella decina di persone di media  al giorno è comunque  passata). Ciò che è successo credo lo sappiano più o meno tutti: le Pussy Riot sono un trio russo di punk al femminile (peraltro la qualità della loro proposta musicale non è che sia tutto ‘sto che), che qualche mese fa si è esibita in una manifestazione di protesta estemporanea cantando un brano anti-Putin in una delle più importanti chiese russe. Apriti cielo: ragazze in galera, processo, condanna a passare due anni in una sorta di colonia penale che da quello che ho sentito ricorda molto quella descritta nel fim “Runaway Train – a 30 secondi dalla fine” . Indignazione ovunque, perché questo è l’ennesimo caso di plateale violazione dell’elementare diritto alla libertà di espressione in Russia: alla fine persino gli ortodossi, che – anche con un pò di ragione, a dire la verità – si erano incavolati per il gesto sacrilego, hanno invitato alla clemenza… In Russia, lo sappiamo tutti, vige una visione un pò particolare della democrazia: la democrazia va bene finché non si mette in discussione Putin: se qualcuno fa tanto anche solo per indispettirlo, via, buttato in galera. Nell’occasione delle proteste contro la sentenza per il caso in questione, tra l’altro, si è pure approfittato per mettere per l’ennesima volta sotto indagine l’ex campione di scacchi Kasparov, uno dei leader dell’opposizione, che già in passato ha avuto problemi: insomma in Russia l’opposizione la puoi fare,  ma solo come piace a Putin (a tal proposito viene in mente la concezione di democrazia, Governo e opposizione che pare avere il nostro ex-Presidente del Consiglio, che di Putin è guarda caso grande amico). Le reazioni indignate per il trattamento delle tre Pussy Riot sono ovviamente partite dagli USA, hanno coinvolto vari rappresentanti dell’UE, hanno suscitato persino le dichiarazioni della Merkel. Nelle stesse ore cosa faceva Monti: snocciolava similitudini belliche per parlare della lotta all’evasione e si impelagava in un discorso senza capo né coda sulla necessità di rivedere la normativa sulle intercettazioni. Sul caso delle Pussy Riot e sulla questione dello stato della democrazia e della libertà di espressione in Russia, silenzio assoluto: e certo, perché guai a disturbare il manovratore, guai a mostrare la seppur minima titubanza nei confronti di Putin, che sennò quello ci chiude i rubinetti del gas e del petrolio; guarda caso (strana coincidenza…) il Governo italiano appare altrettanto defilato nei confronti della questione siriana: e non ci vuole molto a capire il motivo, visto che Putin è stato finora irremovibilmente a fianco del regime di Assad… Insomma, guai a indispettire ‘madre Russia’, che poi magari i miliardari non vengono più in Italia. In Russia un gruppo punk  (ma dubito che Monti sappia cosa sia il punk, per lui credo che già Orietta Berti faccia troppa ‘caciara’) viene sbattuto in una colonia penale ben poco rassicurante, evidente violazione della libertà di espressione, ma a Monti interessa mettere fine agli ‘abusi’ sulle intercettazioni, limitando, tra l’altro il diritto dei cittadini ad essere informati, e qui le due cose si saldano: sempre di limitazioni alla libertà di espressione e informazione, si tratti. Un Monti ‘sovietico’, dunque: e in fondo a guardarlo, il ruolo di dirigente del PCUS gli sarebbe calzato a pennello.

RETTIFICA: ‘CALCIO E SPORT’

A precisazione e rettifica di quanto scritto nel post precedente, intitolato “CALCIO E SPORT”,  pubblicato nella giornata di ieri, 12 agosto 2012, in merito a quanto detto riguardo al sig. Italo Cucci, pubblico la risposta dello stesso a commento del post in questione:

“Spesso chi scrive non sa leggere n’è ascoltare. Ho difeso – nei limiti del possibile – più Schwazer di Conte. Per la verità”

Questo per evitare malintesi e fraintendimenti : non so bene come funzionino queste cose su WordPress, tuttavia onestà vuole che si dia adeguato spazio al diritto di replica.

GRAZIE

Ad Agnese Allegrini (Badminton), Mihai Bobocica e Wenling Tan – Monfardini (Tennistavolo) e a tutti i ragazzi e le ragazze  solo brevemente comparsi alle Olimpiadi di Londra, rappresentando l’Italia che, tanto lontana dai riflettori, resta sconosciuta ai più, non riuscendo a godere nemmeno della breve e fulgida ribalta offerta da una medaglia olimpica.

A tutti gli atleti che sono scesi nelle strade e nei palazzetti, nelle piscine, sulle piste e sulle pedane a rappresentarci, e che magari sono partiti da Londra prima del previsto, delusi per una prestazione non all’altezza delle aspettative.

A Vanessa Ferrari, Tania Cagnotto, le ragazze della Ritmica,  Roberto Cammarelle e Alberto Busnari, vittime delle logiche, spesso incomprensibili, delle giurie.

Alle squadre nazionali maschili di Pallavolo e Pallanuoto che ci hanno provato, ma che si sono trovate di fronte delle squadre più forti.

Ai maratoneti, ai triathleti e a tutti quelli che, pur rimanendo lontani dal podio, hanno comunque raggiunto dei buoni risultati, per loro e per noi.

A tutti quelli che ci hanno regalato la gioia di una medaglia.

A Luca Tesconi, che nel primo giorno di Olimpiadi ha subito tolto il numero ‘0’ dal medagliere.

A Mauro Nespoli, Marco Galiazzo, Michele Frangilli, che vincendo il primo oro mi hanno permesso subito di mettere il tricolore in terrazzo.

A Elisa Di Francisca, Arianna Errigo e Valentina Vezzali che ci hanno dato il brivido di vedere tre tricolori italiani issati nello stesso momento in una gara olimpica.

A Niccolò Campriani, che dopo un argento è andato in tv con tutta la serenità di questo mondo, dicendo: quello che ha vinto era più forte; allo stesso Niccolò, che qualche giorno dopo ha dimostrato di essere lui, il più forte.

A Jessica Rossi, che mi ha fatto vivere una delle emozioni più intense di queste Olimpiadi, con una vittoria epica e un record da delirio.

A Daniele Molmenti, che è venuto giù come un fulmine tra le rapide di quel torrente in piena, facendomi chiedere: ma come cavolo fa?

A Carlo Molfetta, che ci ha regalato l’ultimo oro di queste Olimpiadi e che assieme a Mauro Sarmiento ci ha mostrato come l’espressione ‘prendere la gente’ a calci in faccia possa essere il sinonimo di qualcosa di sportivo e positivo e non solo del disprezzo per il prossimo cui troppo spesso ci troviamo di fronte in Italia.

A Josefa Idem, che ci ha mostrato come avendo per rispetto per il proprio fisico a 48 anni si possano ancora raggiungere risultati eccezionali.

Alle ragazze della ritmica, che mi hanno tenuto col fiato sospeso (io col fiato sospeso per la ritmica, da non credere…).

A Marta Menegatti,  Greta Cicolari, Paolo Nicolai e Daniele Lupo, che ci hanno fatto scoprire che tutte le spiagge che abbiamo in Italia non servono solo  a starsene sbracati al sole.

A Martina Grimaldi che, almeno lei, ha dimostrato che gli italiani sanno ancora nuotare.

A Fabrizio Donato che, almeno lui, ha mostrato che gli italiani in fatto di atletica leggera sanno ancora combinare qualcosa.

A Marco Aurelio Fontana, che ha vinto una medaglia anche senza sellino.

Ai radiocronisti di RadioUno, che ci hanno fatto vivere l’Olimpiade con quell’intensità della quale la tv pubblica non è stata capace.

A tutti voi, che ci avete rappresentato e ci avete resi orgogliosi, per aver vinto o semplicemente per essere riusciti ad arrivare a Londra, una promessa: cercheremo di continuare a seguirvi, nei trafiletti di un giornale o tra le pieghe della programmazione televisiva, sperando di rivedervi tra quattro anni, a Rio De Janeiro.

CONSUNTIVO AZZURRO

Olimpiadi finite (o quasi, al momento manca, credo, il Pentathlon moderno femminile) e facciamo qualche bilancio. Cominciamo dalle note positive:  l’Italia porta a casa 28 medaglie, una in più rispetto a Pechino, interrompendo un trend in calo che durava da Sidney 2000; nel medagliere siamo confermiamo il nono posto di quattro anni fa per numero complessivo di podii,  scaliamo una posizione, dalla nona all’ottava, per ‘qualità’ delle medaglie (ovvero considerando prima le medaglie d’oro, poi quelle d’argento e infine quelle di bronzo). Rispetto a quattro anni fa, all’appello mancano la Vela e il Nuoto (almeno quello in piscina), sebbene siano tornati la Ginnastica e il Ciclismo (c’è da ricordare che a Pechino Rebellin vinse l’argento nella corsa in linea, poi ritiratogli per doping);  per la prima volta da anni (Atlanta ’96, credo), l’atletica in pista fa meglio del nuoto in vasca; per la prima volta da sempre, nel settore delle arti marziali il Taekwondo fa meglio del Judo; l’arte marziale di origine coreana è lo sport che ha dato il miglior rendimento: due atleti in gara, due medaglie. L’Italia vince medaglie tirando di scherma e con l’arco, sparando a bersagli fissi e in movimento, combattendo nelle arti marziali e nel pugilato, pagaiando in un lago o nelle rapide di un fiume, giocando a pallanuoto e pallavolo, pedalando su terreni tortuosi e nuotando in acque aperte, saltando tre volte da una pedana, issandosi su degli anelli ed esibendosi in acrobazie ginniche con sottofondo musicale.  Preoccupante il fatto che in totale in nuoto e atletica, le due discipline – guida dello sport globale, rimediamo complessivamente solo il bronzo di Donato nel triplo. Sentivo per radio un altro dato: il 60 per cento circa dei vincitori italiani di medaglie è over 25, come a dire che è già ora nel pieno della maturità agonistica; sembra manchino le ‘forze fresche’ ,  trainate dalla fantastica Jessica Rossi.  Questo per quanto riguarda le statistiche: per conto mio, credo ci sia da essere soddisfatti: rispettiamo l’obbiettivo minimo di restare tra le prime dieci potenze sportive a livello mondiale, in un contesto che si fa sempre più competitivo; io mi sarei accontentato di una ventina di medaglie, va bene così. Resta però l’impressione che il movimento sportivo italiano continui ad essere caratterizzato da tanta buona volontà dei singoli, ma dalla mancanza di una strategia d’insieme: la sensazione – e qui mi riconnetto al post precedente – è che in Italia ci sia un calcio di livello sempre più infimo che monopolizza l’attenzione e poi vengano gli sport ‘seri’ che si barcamenano alla meglio per ottenere risultati. L’impressione di fondo è che in Italia lo sport, come tante altre cose, non sia considerato un ‘asset strategico’: altrove non è così; nel corso degli ultimi vent’anni, abbiamo assistito alla nascita di autentici ‘fenomeni’ sportivi, come l’Australia, la Corea del Sud, il Giappone: quest’ultimo, pensateci, tanto simile a noi, un paese anagraficamente ‘vecchio’, ma che alle Olimpiadi ha preso 10 medaglie più di noi. Scorrendo il medagliere, ci accorgiamo della crescita dell’Ungheria, dell’Olanda, del Canada, perfino della Nuova Zelanda e del Kazakhstan. La Francia e la Germania sono sempre costantemente sopra di noi: cos’è, genetica? Mangiano meglio? No, è che c’è più cultura: basta pensare come quei Paesi vincano medaglie in sport come la pallamano o l’hockey su prato,  qui da noi ignorati.  Passa il tempo,  i problemi restano gli stessi. Primo:  i genitori che vogliano avviare allo sport i loro figli non hanno guide, la scuola non fa nulla: l’ora di educazione fisica potrebbe essere utilmente usata per comprendere la predisposizione di ognuno. Invece, nulla e il risultato è che magari tanti genitori si illudono sulle doti calcistiche dei loro figli, buttando tempo e soldi. In Italia, sono convinto, abbiamo un esercito di calciatori falliti che sarebbero potuti essere medagliati olimpici.  Secondo: mancano gli impianti: Daniele Molmenti, oro nella canoa – slalom, si deve allenare rischiando l’osso del collo sui torrenti di montagna perché in Italia non esiste un impianto artificiale; altro caso: la madre di Jessica Rossi per anni si è dovuta sobbarcare interminabili viaggi in macchina per accompagnare la figlia agli allenamenti. Per finire c’è la questione del ‘sistema’: ora, io credo che le forze armate, prendendo gli atleti nei loro ranghi e consentendogli di allenarsi e vivere esistenze relativamente tranquille, fanno opera meritoria; credo però che questo sia un sistema superato, che ci debbano essere maggiori incentivi agli investimenti dei privati. Serve insomma una strategia complessiva, anche culturale, che porti lo sport ad avere una ben diversa valutazione da quella attuale: nei prossimi mesi avremo il classico ‘boom’ delle attività sportive che segue ogni Olimpiade; poi dopo qualche mese, complice l’arrivo a valanga del calcio a ottenebrare le coscienze, tutto sfumerà, anche perché poi lo sport è anche e soprattutto costanza  e fatica. Credo sia necessario capire che lo sport deve essere un asset strategico per lo Stato (se non altro, anche solo  perché fare sport consente di essere in salute e quindi di pesare meno sulla sanità nazionale); altrimenti, certo, si potrà anche continuare così, lasciando tutto alla buona volontà delle famiglie (che coi tempi che corrono, di soldi per far fare sport ai loro figli ne hanno sempre meno) o al ‘caso’, come quando ragazzini mandati a nuotare perché troppo gracili diventano campioni. Anche questo è un modo di guardare allo sport, ma non aspettiamoci che in questo modo si riempia il gap che ci separa da Francia, Germania, Gran Bretagna, Giappone e Corea del Sud. Anzi; aspettiamoci di venire presto superati da altri Paesi, nei quali allo sport è dato più risalto rispetto a quanto avvenga da noi.