Archive for agosto 2012

PUSSY RIOT: E MONTI TACE…

(che poi detto tra parentesi mi aspettavo di trovare in questi giorni di mancato aggiornamento un bello ‘0 visite’ e invece quella decina di persone di media  al giorno è comunque  passata). Ciò che è successo credo lo sappiano più o meno tutti: le Pussy Riot sono un trio russo di punk al femminile (peraltro la qualità della loro proposta musicale non è che sia tutto ‘sto che), che qualche mese fa si è esibita in una manifestazione di protesta estemporanea cantando un brano anti-Putin in una delle più importanti chiese russe. Apriti cielo: ragazze in galera, processo, condanna a passare due anni in una sorta di colonia penale che da quello che ho sentito ricorda molto quella descritta nel fim “Runaway Train – a 30 secondi dalla fine” . Indignazione ovunque, perché questo è l’ennesimo caso di plateale violazione dell’elementare diritto alla libertà di espressione in Russia: alla fine persino gli ortodossi, che – anche con un pò di ragione, a dire la verità – si erano incavolati per il gesto sacrilego, hanno invitato alla clemenza… In Russia, lo sappiamo tutti, vige una visione un pò particolare della democrazia: la democrazia va bene finché non si mette in discussione Putin: se qualcuno fa tanto anche solo per indispettirlo, via, buttato in galera. Nell’occasione delle proteste contro la sentenza per il caso in questione, tra l’altro, si è pure approfittato per mettere per l’ennesima volta sotto indagine l’ex campione di scacchi Kasparov, uno dei leader dell’opposizione, che già in passato ha avuto problemi: insomma in Russia l’opposizione la puoi fare,  ma solo come piace a Putin (a tal proposito viene in mente la concezione di democrazia, Governo e opposizione che pare avere il nostro ex-Presidente del Consiglio, che di Putin è guarda caso grande amico). Le reazioni indignate per il trattamento delle tre Pussy Riot sono ovviamente partite dagli USA, hanno coinvolto vari rappresentanti dell’UE, hanno suscitato persino le dichiarazioni della Merkel. Nelle stesse ore cosa faceva Monti: snocciolava similitudini belliche per parlare della lotta all’evasione e si impelagava in un discorso senza capo né coda sulla necessità di rivedere la normativa sulle intercettazioni. Sul caso delle Pussy Riot e sulla questione dello stato della democrazia e della libertà di espressione in Russia, silenzio assoluto: e certo, perché guai a disturbare il manovratore, guai a mostrare la seppur minima titubanza nei confronti di Putin, che sennò quello ci chiude i rubinetti del gas e del petrolio; guarda caso (strana coincidenza…) il Governo italiano appare altrettanto defilato nei confronti della questione siriana: e non ci vuole molto a capire il motivo, visto che Putin è stato finora irremovibilmente a fianco del regime di Assad… Insomma, guai a indispettire ‘madre Russia’, che poi magari i miliardari non vengono più in Italia. In Russia un gruppo punk  (ma dubito che Monti sappia cosa sia il punk, per lui credo che già Orietta Berti faccia troppa ‘caciara’) viene sbattuto in una colonia penale ben poco rassicurante, evidente violazione della libertà di espressione, ma a Monti interessa mettere fine agli ‘abusi’ sulle intercettazioni, limitando, tra l’altro il diritto dei cittadini ad essere informati, e qui le due cose si saldano: sempre di limitazioni alla libertà di espressione e informazione, si tratti. Un Monti ‘sovietico’, dunque: e in fondo a guardarlo, il ruolo di dirigente del PCUS gli sarebbe calzato a pennello.

RETTIFICA: ‘CALCIO E SPORT’

A precisazione e rettifica di quanto scritto nel post precedente, intitolato “CALCIO E SPORT”,  pubblicato nella giornata di ieri, 12 agosto 2012, in merito a quanto detto riguardo al sig. Italo Cucci, pubblico la risposta dello stesso a commento del post in questione:

“Spesso chi scrive non sa leggere n’è ascoltare. Ho difeso – nei limiti del possibile – più Schwazer di Conte. Per la verità”

Questo per evitare malintesi e fraintendimenti : non so bene come funzionino queste cose su WordPress, tuttavia onestà vuole che si dia adeguato spazio al diritto di replica.

GRAZIE

Ad Agnese Allegrini (Badminton), Mihai Bobocica e Wenling Tan – Monfardini (Tennistavolo) e a tutti i ragazzi e le ragazze  solo brevemente comparsi alle Olimpiadi di Londra, rappresentando l’Italia che, tanto lontana dai riflettori, resta sconosciuta ai più, non riuscendo a godere nemmeno della breve e fulgida ribalta offerta da una medaglia olimpica.

A tutti gli atleti che sono scesi nelle strade e nei palazzetti, nelle piscine, sulle piste e sulle pedane a rappresentarci, e che magari sono partiti da Londra prima del previsto, delusi per una prestazione non all’altezza delle aspettative.

A Vanessa Ferrari, Tania Cagnotto, le ragazze della Ritmica,  Roberto Cammarelle e Alberto Busnari, vittime delle logiche, spesso incomprensibili, delle giurie.

Alle squadre nazionali maschili di Pallavolo e Pallanuoto che ci hanno provato, ma che si sono trovate di fronte delle squadre più forti.

Ai maratoneti, ai triathleti e a tutti quelli che, pur rimanendo lontani dal podio, hanno comunque raggiunto dei buoni risultati, per loro e per noi.

A tutti quelli che ci hanno regalato la gioia di una medaglia.

A Luca Tesconi, che nel primo giorno di Olimpiadi ha subito tolto il numero ‘0’ dal medagliere.

A Mauro Nespoli, Marco Galiazzo, Michele Frangilli, che vincendo il primo oro mi hanno permesso subito di mettere il tricolore in terrazzo.

A Elisa Di Francisca, Arianna Errigo e Valentina Vezzali che ci hanno dato il brivido di vedere tre tricolori italiani issati nello stesso momento in una gara olimpica.

A Niccolò Campriani, che dopo un argento è andato in tv con tutta la serenità di questo mondo, dicendo: quello che ha vinto era più forte; allo stesso Niccolò, che qualche giorno dopo ha dimostrato di essere lui, il più forte.

A Jessica Rossi, che mi ha fatto vivere una delle emozioni più intense di queste Olimpiadi, con una vittoria epica e un record da delirio.

A Daniele Molmenti, che è venuto giù come un fulmine tra le rapide di quel torrente in piena, facendomi chiedere: ma come cavolo fa?

A Carlo Molfetta, che ci ha regalato l’ultimo oro di queste Olimpiadi e che assieme a Mauro Sarmiento ci ha mostrato come l’espressione ‘prendere la gente’ a calci in faccia possa essere il sinonimo di qualcosa di sportivo e positivo e non solo del disprezzo per il prossimo cui troppo spesso ci troviamo di fronte in Italia.

A Josefa Idem, che ci ha mostrato come avendo per rispetto per il proprio fisico a 48 anni si possano ancora raggiungere risultati eccezionali.

Alle ragazze della ritmica, che mi hanno tenuto col fiato sospeso (io col fiato sospeso per la ritmica, da non credere…).

A Marta Menegatti,  Greta Cicolari, Paolo Nicolai e Daniele Lupo, che ci hanno fatto scoprire che tutte le spiagge che abbiamo in Italia non servono solo  a starsene sbracati al sole.

A Martina Grimaldi che, almeno lei, ha dimostrato che gli italiani sanno ancora nuotare.

A Fabrizio Donato che, almeno lui, ha mostrato che gli italiani in fatto di atletica leggera sanno ancora combinare qualcosa.

A Marco Aurelio Fontana, che ha vinto una medaglia anche senza sellino.

Ai radiocronisti di RadioUno, che ci hanno fatto vivere l’Olimpiade con quell’intensità della quale la tv pubblica non è stata capace.

A tutti voi, che ci avete rappresentato e ci avete resi orgogliosi, per aver vinto o semplicemente per essere riusciti ad arrivare a Londra, una promessa: cercheremo di continuare a seguirvi, nei trafiletti di un giornale o tra le pieghe della programmazione televisiva, sperando di rivedervi tra quattro anni, a Rio De Janeiro.

CONSUNTIVO AZZURRO

Olimpiadi finite (o quasi, al momento manca, credo, il Pentathlon moderno femminile) e facciamo qualche bilancio. Cominciamo dalle note positive:  l’Italia porta a casa 28 medaglie, una in più rispetto a Pechino, interrompendo un trend in calo che durava da Sidney 2000; nel medagliere siamo confermiamo il nono posto di quattro anni fa per numero complessivo di podii,  scaliamo una posizione, dalla nona all’ottava, per ‘qualità’ delle medaglie (ovvero considerando prima le medaglie d’oro, poi quelle d’argento e infine quelle di bronzo). Rispetto a quattro anni fa, all’appello mancano la Vela e il Nuoto (almeno quello in piscina), sebbene siano tornati la Ginnastica e il Ciclismo (c’è da ricordare che a Pechino Rebellin vinse l’argento nella corsa in linea, poi ritiratogli per doping);  per la prima volta da anni (Atlanta ’96, credo), l’atletica in pista fa meglio del nuoto in vasca; per la prima volta da sempre, nel settore delle arti marziali il Taekwondo fa meglio del Judo; l’arte marziale di origine coreana è lo sport che ha dato il miglior rendimento: due atleti in gara, due medaglie. L’Italia vince medaglie tirando di scherma e con l’arco, sparando a bersagli fissi e in movimento, combattendo nelle arti marziali e nel pugilato, pagaiando in un lago o nelle rapide di un fiume, giocando a pallanuoto e pallavolo, pedalando su terreni tortuosi e nuotando in acque aperte, saltando tre volte da una pedana, issandosi su degli anelli ed esibendosi in acrobazie ginniche con sottofondo musicale.  Preoccupante il fatto che in totale in nuoto e atletica, le due discipline – guida dello sport globale, rimediamo complessivamente solo il bronzo di Donato nel triplo. Sentivo per radio un altro dato: il 60 per cento circa dei vincitori italiani di medaglie è over 25, come a dire che è già ora nel pieno della maturità agonistica; sembra manchino le ‘forze fresche’ ,  trainate dalla fantastica Jessica Rossi.  Questo per quanto riguarda le statistiche: per conto mio, credo ci sia da essere soddisfatti: rispettiamo l’obbiettivo minimo di restare tra le prime dieci potenze sportive a livello mondiale, in un contesto che si fa sempre più competitivo; io mi sarei accontentato di una ventina di medaglie, va bene così. Resta però l’impressione che il movimento sportivo italiano continui ad essere caratterizzato da tanta buona volontà dei singoli, ma dalla mancanza di una strategia d’insieme: la sensazione – e qui mi riconnetto al post precedente – è che in Italia ci sia un calcio di livello sempre più infimo che monopolizza l’attenzione e poi vengano gli sport ‘seri’ che si barcamenano alla meglio per ottenere risultati. L’impressione di fondo è che in Italia lo sport, come tante altre cose, non sia considerato un ‘asset strategico’: altrove non è così; nel corso degli ultimi vent’anni, abbiamo assistito alla nascita di autentici ‘fenomeni’ sportivi, come l’Australia, la Corea del Sud, il Giappone: quest’ultimo, pensateci, tanto simile a noi, un paese anagraficamente ‘vecchio’, ma che alle Olimpiadi ha preso 10 medaglie più di noi. Scorrendo il medagliere, ci accorgiamo della crescita dell’Ungheria, dell’Olanda, del Canada, perfino della Nuova Zelanda e del Kazakhstan. La Francia e la Germania sono sempre costantemente sopra di noi: cos’è, genetica? Mangiano meglio? No, è che c’è più cultura: basta pensare come quei Paesi vincano medaglie in sport come la pallamano o l’hockey su prato,  qui da noi ignorati.  Passa il tempo,  i problemi restano gli stessi. Primo:  i genitori che vogliano avviare allo sport i loro figli non hanno guide, la scuola non fa nulla: l’ora di educazione fisica potrebbe essere utilmente usata per comprendere la predisposizione di ognuno. Invece, nulla e il risultato è che magari tanti genitori si illudono sulle doti calcistiche dei loro figli, buttando tempo e soldi. In Italia, sono convinto, abbiamo un esercito di calciatori falliti che sarebbero potuti essere medagliati olimpici.  Secondo: mancano gli impianti: Daniele Molmenti, oro nella canoa – slalom, si deve allenare rischiando l’osso del collo sui torrenti di montagna perché in Italia non esiste un impianto artificiale; altro caso: la madre di Jessica Rossi per anni si è dovuta sobbarcare interminabili viaggi in macchina per accompagnare la figlia agli allenamenti. Per finire c’è la questione del ‘sistema’: ora, io credo che le forze armate, prendendo gli atleti nei loro ranghi e consentendogli di allenarsi e vivere esistenze relativamente tranquille, fanno opera meritoria; credo però che questo sia un sistema superato, che ci debbano essere maggiori incentivi agli investimenti dei privati. Serve insomma una strategia complessiva, anche culturale, che porti lo sport ad avere una ben diversa valutazione da quella attuale: nei prossimi mesi avremo il classico ‘boom’ delle attività sportive che segue ogni Olimpiade; poi dopo qualche mese, complice l’arrivo a valanga del calcio a ottenebrare le coscienze, tutto sfumerà, anche perché poi lo sport è anche e soprattutto costanza  e fatica. Credo sia necessario capire che lo sport deve essere un asset strategico per lo Stato (se non altro, anche solo  perché fare sport consente di essere in salute e quindi di pesare meno sulla sanità nazionale); altrimenti, certo, si potrà anche continuare così, lasciando tutto alla buona volontà delle famiglie (che coi tempi che corrono, di soldi per far fare sport ai loro figli ne hanno sempre meno) o al ‘caso’, come quando ragazzini mandati a nuotare perché troppo gracili diventano campioni. Anche questo è un modo di guardare allo sport, ma non aspettiamoci che in questo modo si riempia il gap che ci separa da Francia, Germania, Gran Bretagna, Giappone e Corea del Sud. Anzi; aspettiamoci di venire presto superati da altri Paesi, nei quali allo sport è dato più risalto rispetto a quanto avvenga da noi.

CALCIO E SPORT

E’ ormai conclamato che, almeno in Italia, c’è il calcio e poi c’è lo sport. Altrove, le due cose coincidono (e non credo sia un caso se, alle Olimpiadi in via di chiusura, l’Italia sia ancora distante da gente come Francia e Germania, non solo, ma pure Corea del Sud e Giappone – che per inciso ha lo stesso problema di essere un paese ‘anziano’, e sia ormai insidiata da Olanda e Ungheria, ma di questo parlerò in altra sede), in Italia, no. In Italia il calcio ormai da tempo non è più uno sport; non è nemmeno un ‘gioco’ come tanti lo definiscono. In realtà, non so nemmeno bene cosa sia: porcheria è il termine che mi sembra più adatto. Siamo reduci da una settimana in cui l’ennesimo scandalo scommesse ha prodotto le prime condanne, tra tutte la più clamorosa, quella dell’allenatore della Juventus  Conte che sostanzialmente è stato ritenuto colpevole di aver saputo, quando era allenatore del Siena, di una ‘combine’ e di aver sostanzialmente girato la testa dall’altra parte. Incidentalmente il caso vuole che la settimana scorsa sia stata anche quella del caso Schwazer; ebbene, capita di sentire per radio Italo Cucci, decano del giornalismo sportivo italico che, dopo aver lanciato strali contro Schwazer dopato, certo, ma pur sempre reo – confesso, si è profuso in una difesa d’ufficio di Conte, perché ‘lo conosce e non lo ritiene capace di fare una cosa del genere”… alla faccia dell’obbiettività giornalistica: siccome lo conosco ed è amico mio, allora le sentenze non hanno alcun valore: evviva la deontologia professionale. I soliti due pesi e due misure, insomma… Comunque, non fosse bastata una settimana in cui l’allenatore della squadra Campione d’Italia è stato praticamente accusato di aver tenuto un comportamento ai limiti dell’omertà: non so niente, non ho sentito niente, non ho visto niente, ieri abbiamo avuto un fulgido esempio della qualità del calcio italiano. In 120 minuti di partita, l’incontro Juventus – Napoli che assegnava la Supercoppa Italiana, abbiamo assistito a tutto il campionario che il nostro ‘pallone’ ha da offrire: arbitri incompetenti, sceneggiate in campo, col Napoli che non si presenta alla premiazione e va ‘a piagne da mamma’ e sugli spalti, con centinaia di decerebrati che sembravano essere a Pechino solo per sbandierare dei cartellini con scritto ’30’ (rivendicando così il numero di scudetti che loro ritengono che la Juventus abbia vinto, ancora una volta mettendosi sotto i piedi delle sentenze sportive che hanno stabilito come due di quegli scudetti fossero fondati sull’imbroglio). Uno spettacolo di cui ho visto solo alcune scene, che tuttavia mi sono bastate per nausearmi; tra due settimane comincia il campionato: se queste sono le premesse, mi chiedo cosa ci aspetterà e, ripeto, ho già la nausea…

R.I.P. CARLO RAMBALDI(1925 – 2012)

Una di quelle ‘notizie di dipartita’ che piombano così, tra  capo e collo, in piena estate. E’ morto Carlo Rambaldi: senza di lui, niente King Kong (va bene, un pò ‘trash’ quelli di fine anni ’70), niente ‘omini’ di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo”… anche, e soprattutto, niente E.T., e un sacco di altre cose ancora (contribuì tra gli altri ad Alien e a Profondo Rosso a Dune e al ‘kinghiano’ L’Occhio del Gatto, fece muovere ‘La mano’ del film omonimo, efficace ma poco conosciuto e a mia memoria diede anche vita al Bisonte furente di Sfida a White Buffalo, altro film tanto epico quanto poco conosciuto ). King Kong, ET, Incontri Ravvicinati: l’abilità di Rambaldi fu di dare vita ad autentici mostri, dando loro un’espressione più che mai umana, tenera, rassicurante… se ben ricordo disse che per ET si ispirò all’espressione del suo gatto. Se n’è andato a a quasi 87 anni, triste dirlo, ma semi-dimenticato, come troppi ‘addetti ai lavori’ del cinema, che lavorano dietro le quinte e che ‘non mettendoci la faccia’ e non avendo il loro nome in primo piano nei titoli di testa o di coda, finiscono spesso nelle retrovie.  Eppure, pensateci: ET e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo in gran parte li dobbiamo a lui.

SCHWAZER

Ho appreso la notizia poco fa: la prima reazione è di tristezza; non di rabbia: semplicemente tristezza… e mi viene da pensare che questo faceva pure la pubblicità alle merendine per i ragazzini. La sua prima dichiarazione è stata: HO SBAGLIATO. Ecco, è questo invece  mi dà fastidio: questi non sono ‘sbagli’: si sbaglia nel  mandare un sms alla persona sbagliata, a restare chiusi fuori di casa, o a calciare un pallone fuori a porta vuota. Il doping non è un errore: è un rompere le regole voluto e calcolato, di cui si conoscono perfettamente tutte le conseguenze… Quindi per favore smettiamo di dire che chi si dopa ‘sbaglia’, perché di certo NON CI SI DOPA PER SBAGLIO.

OLIMPIADI: RAI VS SKY

Ho passato buona parte del pomeriggio e della serata di ieri a casa di amici, a vedere le Olimpiadi su Sky, curioso di osservare la mastodontica macchina messa in moto dal gigante televisivo in occasione delle Olimpiadi; alla fine, il confronto la RAI lo perde con ampio margine, ma la sorpresa è che non si tratta della Caporetto che avevo immaginato. Diciamo che siamo di fronte alla solita questione quantità – qualità. E’ chiaro che sul semplice dato quantitativo, SKY vince a mani basse e già questo da solo le basta per vincere il confronto: quando apri il ‘mosaico’ e ti trovi una dozzina e passa di eventi trai quali scegliere, quando ti ritrovi a poter agevolmente giostrare trai tuffi della Cagnotto, l’incontro del fioretto, le partite del beach volley e della pallanuoto, non puoi fare a meno di pensare alla miseria messa in campo dalla RAI, coinvolgendo la sola RaiDue, lasciando che sui due canali dedicati allo Sport vadano in onda repliche di eventi conclusi da poco (ma chi ha interesse a riguardarsi gli Europei o il Tour de France?). Si è capito che il problema è che non c’erano i soldi e che la RAI ha dovuto fare le ‘nozze coi fichi secchi’, non sempre peraltro azzeccando la scelta degli eventi e a volte,  secondo me, sbagliando anche nel ‘fissarsi’ su determinate discipline (per esempio, la ginnastica) quando avrebbe potuto magari sfruttare certi ‘tempi morti’ e la mancanza di italiani in gara per mandare magari in onda qualche sport più ‘originale’, come il sollevamento pesi, o la lotta, o il tennistavolo, anche solo per dare l’idea della molteplicità delle discipline in gara. Tennisticamente parlando, già così saremmo 6 – 0; tuttavia, un paio di ‘game’ la RAI li mette  a segno, sul piano della qualità delle telecronache: da quello che ho visto su Sky, infatti, il livello professionale della RAI è superiore a quello di Sky: prendiamo l’esempio dei Tuffi: la telecronista aveva sempre questo tono accorato, insisteva con certi epiteti (Tania Cagnotto, la ‘signora dei tuffi’… e Allora Wu Min Xia?)… poi arriva l’ultimo tuffo.  In studio esplodono i tappi di spumante, poi la delusione; in seguito guardo la cronaca di Bizzotto – Bertone, e quest’ultimo dice: “siamo lì”, con tono molto dubbioso: e in effetti alla fine non è andata bene. Cambiamo sport e andiamo alla scherma: su SKY si ha l’impressione di trovarsi a una tavolata di amici che stanno tifando, ricordandosi ogni tanto che dall’altra parte dello schermo c’è gente che vorrebbe anche capirci qualcosa. Un telecronista e due commentatori: tre voci sono sicuramente troppe, nessuno sta mai zitto: nulla del pathos delle cronache dell’accoppiata Calcagno – Pantano, che si limitano a parlare il meno possibile. Cambiamo ancora sport e andiamo sull’atletica leggera: qui il confronto è addirittura imbarazzante, considerando che la RAI può contare su un ‘pezzo da 90’ come Franco Bragagna, che secondo me attualmente è in assoluto il miglior telecronista italiano. Anche qui, l’impressione è di un’atmosfera fin troppo conviviale, rilassata. Arriva il momento delle interviste a bordo campo: Fiona May e un’altra giornalista SKY si barcamenano: la May avrebbe dovuto tradurre alla perfezione l’inglese di Bolt, ma evidentemente c’ha capito poco e metà di quello che ha detto le sfugge; l’altra prova a rimediare, ma Elisabetta Caporale della RAI appare onestamente di un altro pianeta. Non so se sia così anche per gli altri sport: ho visto un pezzo di partita di Pallavolo e il commento tecnico della Cacciatori (Sky) non mi è sembrata all’altezza  di quello della Mangifesta (RAI).  L’impressione finale è di crescita del rimpianto per una RAI che non è riuscita a reperire le risorse necessarie a sfruttare efficientemente le professionalità che si trova in casa. Veramente un peccato, ma  se si sceglie di snobbare le Olimpiadi e di buttare via i soldi per degli inguardabili programmi di prima serata o per fiction altrettanto superflue, questi sono i risultati…

STARMAN

Qui, la recensione di questo film del 1984, protagonista Jeff Bridges (che venne candidato all’Oscar)  firmato da John Carpenter: sicuramente un ‘minore’ nella cinematografia del regista, oltre che un poco riuscito tentativo di riproporre, in chiave più ‘adulta’, le tematiche che portarono al successo planetario E.T.

LA PLAYLIST DI LUGLIO

Con un filo di ritardo…

Holy Diver Ronnie James Dio
Under a soil and black stone Amorphis
Jihad Slayer
Funeral Rites Sepultura
Non posso dormire Surgery
Nido di formiche Human Tanga
La tempesta Kardia
Nail Hand Wrist Moustache Prawn
Old Toys Nicolas J. Roncea
Leonard S.M.S
Thousand Eyes Nothern Valentine
Habitat ’67 /Run
Green Grow the Rusches REM
Jesus thinks you’re a jerk Frank Zappa