RAYMOND CARVER: VUOI STAR ZITTA, PER FAVORE?

Nei racconti brevi di Raymond Carver non succede mai nulla; oppure succede tutto. Dipende dai punti di vista. E’ quello che i critici chiamano ‘minimalismo’: sprazzi di quotidianità, porte aperte sulle vite di persone comuni, gente spesso tribolata, alle prese con una certa precarietà, spesso esistenziale (la parola usata più spesso per definire la loro situazione lavorativa è: disoccupato), talvolta sentimentale. Coppie apparentemente felici cui basta poco per incrinare la superficie di apparente felicità, o individui soli, quadri famigliari. Il più delle volte siamo di fronte a quella che i sociologi chiamano ‘america profonda’: quell’enorme ‘buco nero’ che si trova tra le tanto idealizzate west- ed east-cost. Leggi questi racconti e ti accorgi, almeno in parte, di avere già incrociato certe facce, certe situazioni: nei racconti di Richard Ford magari, piuttosto che nei romanzi di Jonathan Franzen; poi ragioni sul fatto che Carver è arrivato prima e allora cominci a inquadrare la situazione, a comprendere il livello… la grandezza, se questo termine non sembrasse un attimino troppo agiografico. Non succede niente, succede tutto: eventi minimi che in un quotidiano anonimo finiscono per illuminare gli stessi protagonisti, mettendoli di fronte a qualcosa che non sapevano di sè, o piuttosto che sapevano benissimo, ma – sapete com’è – girare la testa dall’altra parte è più comodo, più o meno lo facciamo tutti.
La scrittura di Carver (per quanto filtrata dalla traduzione italiana) è a tratti disarmante: è un classico, lo leggi e ti ritrovi lì a pensare che beh, questo lo potevo scrivere pure io… sarebbe il caso di provarci, senza ovviamente scopiazzarlo; alla fine è un pò come quando ti ritrovi di fronte a un quadro di arte contemporanea: ah, vabbè, ma così sono buoni tutti, che ci vuole… Appunto, bisogna provarci, poi si scopre che oltre una scopiazzatura, peraltro pallida, dell’originale, non si riesce ad andare. Alla fine è il solito discorso: il risultato è far apparire come semplice una cosa tremendamente complessa (peculiarità che accomuna scrittori, artisti e sportivi); riuscire a riprodurre il linguaggio e le situazioni del quotidiano senza che questi sembrino una fermo immagine statico e privo di intensità, comunicando allo stesso tempo le emozioni che quei personaggi provano in quello stesso momento, attraverso i gesti, le parole. Ecco perché, sempre che non l’abbiate ancora fatto, dedicare un pò del vostro tempo a Vuoi star zitta, per favore? (o alla raccolta successiva, Principianti) è tutto sommato un buon uso del vostro tempo; tanto più che i racconti sono spesso e volentieri pure brevi, e in questo mondo in cui Internet ci ha più o meno tutti resi vittima di sindrome da deficit dell’attenzione, questo può essere un altro punto a loro favore.

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