Archive for aprile 2012

MAYA GALATTICI, “ANALOGIC SIGNALS FROM THE SUN” (GARAGE RECORDS)

I ‘Maya Galattici’ sono Marco Pagot e Alessandro Antonel, già precedentemente attivi coi Chinaski. Abbandonati gli arodri rock del precedente progetto, il duo di Vittorio Veneto ha scelto la strada di un indie pop dagli spiccati contorni elettronici, che si colora spesso e volentieri di psichedelia.

Nel corso del breve viaggio (una mezz’ora circa) e dei nove brani presenti (cantati in inglese, spesso a due voci), il duo sfodera un variegato campionario le cui influenze sono riconducibili ad una vasta gamma di esperienze: ovvio ma quasi inevitabile citare gli Air più cinematografici, a fianco di certe suggestioni dei Flaming Lips meno debordanti, piuttosto che certe atmosfere liquide à la Beck, con qualche vago accenno alla psichedelia inglese dei primi anni ’90 (leggi alla voce: Spacemen Three).

La confezione è efficace, all’insegna di una costante gradevolezza sonora (per quanto a tratti un filo ‘calligrafica’), frutto di un ‘armamentario’ che ricorre ad una variegata strumentazione: ampia la gamma sia delle tastiere che delle percussioni, affiancate al consueto duo chitarra – basso, cui si aggiunge episodicamente un violino.

Il punto debole sembra essere, tuttavia, una certa ripetività, non tanto da un brano all’altro (la varietà di riferimenti garantisce un’analogo alternarsi di atmosfere), quanto all’interno degli stessi pezzi, che spesso si limitano a girare attorno alla stessa idea, non trovando magari quegli svolgimenti che li avrebbero resi più efficaci, talvolta dando una certa impressione di incompiutezza, come si trattasse di ‘bozzetti’ in attesa di essere più compiutamente delineati.

Nonostante questo, “Analogic signals…” resta tutto sommato un disco interessante, soprattutto per la formula scelta, che alla fine dell’ascolto riesce a lasciare intatto l’interesse per un eventuale seguito.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

EXIT 13, “STURMEY ARCHER” (BACKWATER RECORDS)

Un caso più unico che raro di ‘longevità nelle retrovie’, quello degli Exit 13: con alterne fortune al di qua e al di là dell’oceano,  cambi di formazione e una discografia all’insegna della più totale discontinuità, la band originaria di Ispwich è riuscita, pur tra lunghe pause, a restare attiva dall’inizio degli anni ’80 fino ad oggi.

Sostanzialmente ridotto a un progetto solista del fondatore Steve Mann, il ‘gruppo’ ritorna con questi tredici brani che in effetti assumono più il sapore di un progetto semi-cantautorale che di quello di una band con tutti i crismi.

Le tredici tracce di”Sturmey Archer” riportano, anche abbastanza prevedibilmente, una varietà di elementi riconducibili in vario modo a varie ‘scuole’ succedutesi nel corso degli ultimi tre decenni: un pizzico (quasi solo un vago retrogusto) di new wave, una più profonda impronta da indie rock made in U.S.A, con qualche suggestione del cosiddetto ‘paisley underground’ di Dream Syndicate, senza però dimenticare la terra di provenienza, con parentesi magari riconducibili all’ultimo Joe Strummer.

“Sturmey Archer” è un disco che si lascia volentieri ascoltare, che pur privo di ‘vette’, consegna più di un brano gradevole, dall’attitudine anche radio friendly’ senza però eccessivi ammiccamenti, in cui una strumentazione canonica si arricchisce episodicamente dell’intervento in un violoncello, a creare maggiore ‘atmosfera’; il tutto a circondare un cantato ‘vissuto’, spesso colorato di disincanto.

Un lavoro insomma che appare il frutto del lavoro di esperto artigiano, magari privo di estrosa genialità, ma che riesce con perizia a far fruttare efficacemente il proprio mestiere.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY

L’ELEGANZA DEL RICCIO

Parigi, un conodominio alto-borghese, abitato da alti funzionari dello Stato e stimati professionisti. Reneé è la portiera dello stabile, Paloma la figlia minore di un politico in carriera; entrambe nascondono un segreto: per la prima è l’amore per la cultura, che attraverso una lunga formazione da autodidatta l’ha portata possedere un ‘sapere’ di gran lunga superiore a quello dei supponenti abitanti del palazzo; per la seconda, è l’intelligenza, più elevata della media. Entrambe nascondono queste loro doti, Reneé sotto le apparenze del più trito stereotipo della portiera dall’aspetto sciatto e i modi trasandati che passa il tempo davanti a insulsi programmi televisivi, Paloma ‘costringendosi’ a mostrarsi anonimamente normale e covando nel contempo l’idea di un suicidio drammatico e spettacolare in occasione del prossimo compimento dei tredici anni. A sbaragliare l’esistenza della prima e i piani dell’altra sarà un nuovo inquilino, un giapponese dai modi gentili, l’elevata cultura e una spiccata capacità di guardare oltre le apparenze. Reduce dal buon successo di “Estasi culinarie” , risalente al 2000, sei anni dopo  Muriel  Barbery pubblicava “L’eleganza del riccio”, diventato rapidamente il classico ‘caso letterario’ fino a meritarsi, qualche anno dopo, una trasposizione cinematografica. Un successo meritato, perché la Barbery riesce a scrivere uno di quei libri ‘densi’ ma allo stesso tempo leggeri, capaci di varcare il confine, tra letteratura ‘leggera’ e narrazione per ‘elevati spiriti’. Un mix di dramma e comicità che, pur già ampiamente sperimentato, viene riproposto con efficacia in cui la Barbery è abile nell’inserire lunghe disquisizioni sull’animo umano, riflessioni sulla letteratura, l’arte, la filosofia, rendendo certo alcuni passaggi un filo ostici per il lettore medio, ma riuscendo nell’intento di non trasformare la lettura in un esperimento destinato solo alle ‘elite’ . L’efficacia del libro sta tutta qui: dipingere caratteri veri, senza mai abbandonare l’ironia e facendo in modo che il lettore vi si affezioni e nel contempo riuscire a parlare di qualcosa di ‘alto’, finendo magari per incurosire i lettori meno avvezzi a certe tematiche e spingendoli ad approfondire (e in questo, meglio chiarire, senza alcun intento pedagogico o saccente pedanteria).

R.I.P. CARLO PETRINI (1948 – 2012)

Poi vai a dire che è tutta una coincidenza, che il ‘fato’ non esiste, etc… Proprio nei giorni in cui la morte di Morosini, arrivata a poche settimane da quella di Bovolenta (e in contemporanea con quella della pallavolista Veronica Gomez), fa tornare alla ribalta la riflessione sui limiti dello sport, su quanto a fondo sia giusto spingere il motore della macchina umana per raggiungere dei risultati, con il corollario del ‘convitato (più o meno) di pietra’, ossia il tema del doping, ecco che se ne va Carlo Petrini. Come molti sapranno, Petrini, ex calciatore di Milan, Torino, Roma e Bologna tra le altre, venne implicato nel primo grande scandalo del calcio scommesse a inizio anni ’80; vent’anni dopo, già malato, ha scritto un libro, “Nel fango del dio pallone” che credo non dovrebbe mancare nella libreria di nessun appassionato di sport, e non solo. Anzi, se consideriamo l’importanza del calcio in Italia (dio pallone non è certo una definizione casuale), probabilmente quello di Petrini è uno dei libri più importanti usciti in Italia negli ultimi 50 anni. Un libro talmente scomodo, perché scritto non da un ‘esterno’, ma da uno che certe cose le visse in prima persona, assumendo nel contempo il valore di un’autentica confessione, da venire pubblicato solo da quella benemerita editrice che è la Kaos Edizioni. Naturalmente il libro suscitò polemiche e col tempo è diventato una sorta di ‘testo maledetto’, che si tira in ballo nelle discussioni sul doping, ma che si cita sempre malvolentieri… In quelle pagine, Petrini descriveva le situazioni grottesche e surreali nei quali si venivano a trovare i giocatori della sua generazioni, costretti a ingurgitare e a ‘spararsi’ di tutto pur di mantenere alte le proprie prestazioni, con buona pace di ogni etica e tutela della salute dei calciatori, all’epoca ancora piuttosto ingenui (oggi le cose sono diverse e se un giocatore prende qualcosa, sa benissimo se quel qualcosa è legale o meno). Oltre a questo, Petrini portò alla luce del sole il verminaio del calcio scommesse, raccontando da ‘interno’ i ‘patti’ alle spalle di certi risultati (altro tema tornato alla ribalta negli ultimi mesi, il mondo cambia poco). Petrini è morto per un tumore, dopo essere diventato semicieco: a quanto pare, tutte conseguenze legate in maniera minore o maggiore a quanto assunto quand’era calciatore. Il mondo del calcio di fronte alle sue dichiarazioni ha reagito nel modo più subdolo: non potendo contestare, l’ha praticamente ostracizzato; vi chiedo: quante volte avete visto Petrini alla Domenica Sportiva? Lascio a voi la risposta… Anzi, per come è stato trattato, è già un risultato che qualcuno quando si ricorda il suo nome si ricordi di chi era… Ovviamente, chi dice che “il re è nudo” invece di essere ascoltato deve essere condannato all’esilio…

R.I.P. PIERMARIO MOROSINI (1986 – 2012)

Solo qualche settimana fa ero qui a riflettere sulla morte di Bovolenta; stanotte torno a casa, accendo il televisore e dopo qualche minuto mi trovo davanti le immagini di Morosini… e di nuovo scatta la paranoia… Comincio a pensare che qui professionismo o dilettantismo c’entrino poco o niente, e che la verità di fondo sia che il cuore è un organo più complicato di quanto si pensi e soprattutto che, in barba a controlli ed analisi, può cedere di schianto in qualunque momento… Non nascondo che questa sequela di malori mi sta creando una certa paranoia e angoscia: faccio regolare attività fisica, anche ‘spingendo’ parecchio e insomma leggere ‘ste notizie mi fa venire l’ansia…  Vorrei vedere statistiche più diffuse, capire quante, a prescindere dai casi che fanno più notizia, sono le persone che accusano malori mentre fanno attività fisica… Perché alla fine con questa storia della ‘vita sana che non può prescindere dal fare attività fisica regolare’ ce l’hanno forse fatta troppo grossa e si supera il limite senza accorgersene…  La seconda considerazione riguarda le cure ‘sul campo’: nuovamente abbiamo assistito a disperati tentativi di rianimazione in attesa dell’ambulanza; di defibrillatori (e parliamo non di un campetto qualsiasi, ma di campionato di Serie B), manco l’ombra… e nel caso, c’è da chiedersi se poi ci fosse stato qualcuno in grado di azionarlo. Forse sarebbe il caso che il ‘Governo tecnico’ tra una tassa e l’altra, tirasse fuori una bella legge, semplice, semplice: dai campi della Serie A, alle piscina di periferia, defibrillatori e persone che abbiano seguito un corso adatto per metterli in funzione, altrimenti non si gioca, o non puoi aprire la tua attività: non credo che ci voglia molto, è una misura che rientra nelle garanzie di sicurezza, come le vie di fuga antincendio o i filtri per l’acqua. Facciamola, sta cavolo di legge..

STARDOM, “SOVIET DELLA MODA” (DANZE MODERNE)

Un cantante di origini marchigiane, Riccardo Angiolani (alias RCD), con una lunga esperienza maturata come musicista e dj nella scena ‘gotica’ a cavallo tra anni ’80 e ’90; un chitarrista milanese, una tastierista italo-bosniaca, un bassista lettone di nascita ma serbo di adozione e un batterista siciliano: una mix intrigante e curioso che da qualche anno a questa parte ha dato vita in quel di Milano agli Stardom.

Il gruppo esordisce sulla lunga distanza, dopo aver partecipato a qualche compilation e aver suonato di spalla band come Clan of Xymox, Christian Death e Skeletal Family, e già da questo si può intuire quali siano le radici sonore della band che infatti sono saldamente ancorate alla felice stagione che a metà degli anni ’80 vissero certe sonorità ‘oscure’.

Il quintetto milanese rilegge quelle sonorità, inserendo nella propria proposta tutte le coordinate tipiche del genere: dalle chitarre taglienti, synth accuratamente distribuiti lungo tutto il lavoro e una sezione ritmica quadrata, guidata da un basso capace spesso e volentieri di ritagliarsi spazi autonomi sulla scena rispetto alla semplice funzione di accompagnamento.

L’elenco dei rimandi è più che mai nutrito, con vaghi accenni a Cure o, più alla lontana, ai Bauhaus, ma anche riferimenti più vicini a noi: in più di un frangente possono magari venire in mente i Diaframma.

La scrittura è naturalmente adattata ai nostri tempi, tra storie di ordinaria solitudine ai tempi dell’era digitale, frequenti rimandi ai rapporti di coppia, riflessione sul ‘mondo che gira intorno’, spesso e volentieri filtrate attraverso vaghi flussi di coscienza o scenari allegorici, in testi che convincono nella loro capacità di far soffermare l’ascoltatore sulla lettura, per entrare dentro a ciò che a prima vista può sembrare forse poco immediato.

Quella degli Stardom finisce insomma per essere un’efficace rilettura contemporanea del genere, che riesce a mettere in mostra qualche parallelismo tra le nevrosi che a inizio anni ’80 diedero modo a quel genere di nascere e crescere e quelle che attanagliano i tempi moderni; un disco che ha una sua forza, capace di farlo resistere oltre la classica manciata di ascolti.

LOSINGTODAY

THE SINGERS, “THE ROOM WENT BLACK” (AUTOPRODOTTO)

Disco d’esordio per questa band romana, che sceglie un nome che è un pò un ‘uovo di Colombo’: un pò un’arma a doppio taglio, visto che chiamarsi The Singers può sembrare una trovata geniale e allo stesso tempo un pò pretenziosa.

I dodici brani che vanno ad assemblare “The room went black” si dipanano, su un pò meno di 40 minuti di durata, all’insegna di stilemi che, nell’ultima decade, sono stati già ampiamente proposti di qua e di là dall’Oceano: la stessa band, del resto, non fa mistero dei propri punti di riferimento, a partire da Strokes e Arctic Monkeys (aggiungendo alla lista Arcade Fire o National, il cui influsso appare  molto meno palpabile rispetto a quello dei primi).

La formula è quindi quella sintetica quanto efficace proposta dai gruppi succitati: brani brevi ma incisici, ‘riffettoni’ pronti ad acchiappare l’ascoltatore (Dance! Dance! Dance!, scelto non a caso come singolo, è un pezzo indiscutibilmente ‘catchy’ sul quale è più o meno impossibile starsene fermi), all’insegna di reminiscenze punk filtrate attraverso una certa ‘compostezza’.

Nel bene e nel male, l’impressione è la medesima trasmessa da quei punti di riferimento: per un verso vi è l’indiscutibile capacità di mettere assieme brani dal discreto appeal, dal lato opposto una certa sensazione da ‘freno tirato’: le redini ben strette in mano in modo da impedire eccessi di irruenza.

Una sensazione che a tratti lascia un pò un’idea da ‘vorrei ma non posso’, come se il quartetto romano avesse in sé le capacita di alzare il ‘livello di rombo’, ma evitasse di farlo per non scontentare gli ascoltatori più ‘sensibili’: se questo sia un bene o un male, alla fine dipende da ogni singolo ascoltatore.

Un lavoro che scorre in maniera liscia – la band romana dimostra di saper fare il proprio mestiere – e che solo sul finale induce vagamente allo sbadiglio, per la sostanziale mancanza di sorprese.

“The room wnt black” rimane comunque una più che discreta rilettura del genere, che potrà senz’altro soddisfare gli appassionati: tuttavia l’impressione è che i The Singer abbiano ancora frecce da scoccare a loro disposizione e potenzialità ancora inespresse (o volutamente tenute sotto controllo).

LOSINGTODAY