MONTI E LA MONOTONIA DEL LAVORO

Le recenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio (le prime realmente intempestive e in fondo infelici,  prevedibilmente esposte al vespaio di polemiche poi effettivamente suscitato) si prestano a varie considerazioni: la più immediata, quella che più meno tutti hanno fatto, è che nell’Italia di oggi, febbraio 2012, il problema non è tanto di avere un lavoro più o meno monotono o noioso, ma di avere un lavoro, punto. La seconda è che forse, più che alla monotonia del lavoro, bisognerebbe guardare alla remunerzaione, dato che (vedi post precedente sul giornalismo online) non è per niente detto che avendo un lavoro, questo sia comunque sufficiente in termini di remunerazione a garantire delle prospettive di vita rosee… Uscendo un pò dall’immediato, e senza voler fare della sociologia o peggio psicanalizzare Mario Monti, vorrei proporre un’analisi un filo diversa.
Mi chiedo: quand’è che la monotonia o la noia di un’attività lavorativa assumono importanza preponderante? La risposta, è che, più o meno, dipende da quanta parte della vita di un individuo sia occupata dal lavoro, e soprattutto da quale ruolo il lavoro svolga nella propria esistenza.
La questione di fondo è che il lavoro può essere inteso come ‘mezzo’ o come ‘fine’. Lavorare alla catena di montaggio per otto ore al giorno è attività  altro che ‘monotona’ o ‘noiosa’: il termine giusto è ‘alienante’: non credo siano così tanti coloro che traggono una seppur minima ‘gratificazione’ da questo tipo di lavoro, e il discorso può essere esteso, forse, alla stragrande maggioranza delle attività lavorative; intervistiamo cento persone, chiediamogli se sono contente del lavoro che fanno, o se nella vita non vorrebbero fare altro e poi guardiamo le risposte…
La realtà è che si lavora ‘per qualcos’altro’: per mettere insieme pranzo e cena, per mantenere la famiglia, per dare ai figli un’istruzione, etc…  Certo, poi c’è l’autorealizzazione: a tutti piacerebbe svolgere un’attività gratificante, in linea con le proprie passioni e aspirazioni o col proprio corso di studi, ma oggi (in particolare in Italia) questo non è sempre realizzabile… anzi a dirla tutta, lo è alquanto raramente.
Il ‘lavoratore medio’ lavora appunto in vista di gratificazioni ad ottenere fuori dal proprio luogo di lavoro: si lavora perché poi si torna a casa e con lo stipendio si mangia, si crescono i figli, si abbellisce casa, ci si paga una vacanza e, non ultimo, si possono soddisfare le proprie ‘necessità psico-fisiche’: di arricchimento culturare, ad esempio, o di cura del corpo. Non sempre è stato così: il ‘tempo libero’ è una conquista relativamente recente, ma a ben vedere è una delle maggiori ottenute negli ultimi 40 – 50 anni.
Il lavoro è dunque un ‘mezzo’ e in quanto tale, la noia e la monotonia sono da tenere in conto: si accetta di fare un lavoro monotono, lo stesso per tutta la propria esistenza, perché questa ‘monotonia’ è per molti aspetti rassicurante, consente alle persone di progettare il proprio avvenire e di soddisfare le proprie passioni nel ‘tempi libero’.
La ‘monotonia’, o la ‘noiosità’ di un’attività lavorativa entrano in gioco e diventano realmente discriminanti solo quando il ‘lavoro’ diventa talmente preponderante nella propria esistenza, da assorbire tutto il resto. Fino a qualche decennio fa era così per tutti: intere generazioni di lavoratori si sono ‘alienate’ nelle fabbriche vivendo un’esistenza bigia; poi, vivaddio, sono arrivate le conquiste sindacali.
Oggi fortunatamente non è più così: certo la progressiva riduzione del potere d’acquisto dei salari costringe sempre più persone (specie coloro che lavorano nel mondo delle ‘professioni intellettuali’, sempre più svilite) a dover dedicare al lavoro una quota crescente della propria esistenza, ma insomma, la situazione è comunque drasticamente mutata rispetto a parecchi decenni fa.
Si può naturalmente scegliere di fare del proprio lavoro non un ‘mezzo’, ma un ‘fine’, e l’impressione di fondo è che le affermazioni del Presidente del Consiglio provengano da una persona dotata di questa ‘forma mentis’. Chiaramente, nel momento in cui l’esistenza di una persona si riduce, oltre che alle ‘funzioni corporali’, al mero ‘lavorare’, la monotonia o la noiosità della propria attività lavorativa acquistano un’importanza preponderante. Certo, è un modo di vedere le cose: si può pensare di imbastire la propria esistenza lavorando dai 18 agli 80 anni, dalle otto di mattina alle dieci di sera; altra questione però è quella di pensare che tutti dovrebbero avere la stessa visione: c’è chi nella vita vuole fare anche altro: chi vuole conservarsi il tempo – e la ‘forza’ –  per poter dedicare qualche ora a settimana alla cura del fisico, piuttosto che a quella dello spirito o dell’intelletto. Non si può pensare che tutti la vedano allo stesso modo: lavorare può essere monotono o noioso solo per chi nella vita non vede altro, e questo purtroppo mi pare il caso del Professor Monti, che a ragione può essere definito un ‘gran lavoratore’, ma che non può pensare che anche gli altri debbano avere il suo stesso modo di vedere le cose; è probabile che il Presidente del Consiglio sia una di quelle persone che hanno messo al centro della propria vita il lavoro, e allora è chiaro che per lui cambiare più o meno frequentemente attività, e fare un lavoro possibilmente non noioso acquisisce un’importanza primaria: se nella vita si lavora e basta…
Ma al mondo non siamo tutti così: io non saprei mai rinunciare a quelle due – tre ore a settimana dedicate alla piscina o altra attività fisica, o a quell’oretta e mezza al giorno dedicata alla lettura: non potrei mai pensarmi a uscire di casa alle 7.00, rientrare magari alle 10.00 di sera, e crollare sul letto, soddisfatto solo dal fatto di ‘aver lavorato’ e vivere questa esistenza finché le forze mi assistono, fino a 70, 80 o 90 anni: questo tipo di vita la lascio volentieri al senatore Monti, a me piace altro… E quindi, sarebbe il caso che certe affermazioni sulla monotonia o sulla noia il senatore Monti le riservasse a sé e a quelli che hanno il suo stesso modo di vedere le cose,  che dal mio punto di vista è tutto sommato grigio e anche discretamente triste.

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5 responses to this post.

  1. Anche io sto per scrivere sullo stesso argomento. Una frase infelice. La seconda in una settimana. Non mi pare un buon segnale.

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  2. Bel post! Veritiero!

    Un saluto da Lordbad

    Vongole & Merluzzi

    Un discreto appello:
    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2012/02/02/a-sanremo-voglio-una-mistress-anzi-un-commissario-o-n-u/

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  3. Un articolo molto acuto che mi sono permesso di condividere anche sulla mia pagina fb.
    Entrando nel merito si può dire che se prendiamo per buon il detto “il lavoro nobilita l’uomo”, allora esso diventa un fine e non un solo un mezzo perchè a nobilitarsi, in quel caso, non sarebbe il corpo ma lo spirito.
    In realtà le condizoni in cui viene svolta una professione sono spesso afflittive, e lo spirito viene svilito (pensiamo, ad esempio, a come viene sottopagato il corpo docente di un qualsiasi istituto, nonostante svolga un lavoro di primaria importanza per la società). Perciò qualsiasi lavoro diviene solo un mezzo di sostentamento e quindi monotono e noioso. E la maggiore flessibilità non cambierebbe tale situazione.

    Per quanto riguarda Monti, bè, solo chi non aveva ben chiara la sua figura e quella del suo esecutivo può rimanere stupito da tale affermazione.

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  4. Vedo con molto disappunto e rammarico che se non si cambia il modo di vedere le reali problematiche latenti… di cui siamo anche noi stessi artefici nostro malgrado, NON andremo proprio da nessuna parte.
    E’ intollerabile per una civiltà moderna incappare ad errori passati e ritornare disastramente indietro. VERGOGNA

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  5. ci sono molti aspetti che tocchi con questo post e che andrebbero approfonditi meglio in ogni serio discorso sul lavoro.
    per parte mia, io credo che Monti con quella sua infelice espressione si rivolgesse ad una minoranza di italiani (quelli che hanno effettivamente le capacità e le possibilità per cambiare svariate professioni e non lo fanno) per spronarli ad un cambio di mentalità.
    cambio che trovo non solo necessario in diversi ambiti (pensiamo ai dirigenti o ai professionisti), ma anche auspicabile.
    certo, ripeto, per una minoranza

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