Archive for gennaio 2012

MARDI GRAS, AMONG THE STREAMS (ROUTE 61)

Un assaggio delle loro capacità, i Mardi Gras lo avevano dato con la loro versione di Land of hope and dreams, inserita nel disco – tributo a Bruce Springsteen, pubblicato dalla Route 61 qualche tempo fa.

Per la band romana arriva oggi il momento del disco d’esordio: una prima prova diversa da tante altre, perché frutto del lavoro di musicisti ormai maturi, nello stile e nelle idee, le cui variegate esperienze trovano in “Among the streams” una sorta di sintesi.

Dieci brani all’insegna di un rock che non necessita di tante definizioni: un mix di sonorità spesso e volentieri calde e solari, cui si alternano momenti di maggiore raccoglimento: un’elettricità mai aggressiva né prepotente alternata alla rilassatezza della dimensione acustica.

Impressioni liriche e ballate sentimentali, soliloqui e storie ‘nere’ (Scarecrow in the night è forse il pezzo più riuscito del lotto) si alternano nel corso di un lavoro nel quale sono tanti i punti di riferimento individuabili: dal rock americano più (ritroviamo qui la cover di Land of hope and dreams), anche con qualche ‘sfioramento AOR’, a suggestioni irlandesi, portato delle origini della cantante Claudia McDowell e della partecipazione in un brano di Liam O’Maonlai (che qualcuno ricorderà negli Hothouse Flwers), fino all’hard rock anni ’70, un pizzico di soul e un divertito episodio a cavallo tra country e folk irlandese.

Il tutto all’insegna di suoni resi ancora più pieni e avvolgenti dal frequente ricorso al piano.

L’insieme convince, soprattutto per l’aria che si respira in tutto il disco, nel corso del quale il gruppo sembra assolutamente rilassato, padrone dei propri mezzi e (complice l’esperienza), per niente ansioso di proporsi come chissà quale ‘fenomeno’, o ‘fulmine di guerra’ o ‘mostro di bravura’.

Certo, qua e là si avverte magari l’impressione che si sia data qualche attenzione di troppo a smussare gli angoli per un verso e a non apparire troppo ‘oscuri’ dall’altro, mantenendosi sempre su toni ‘concilianti’ e tonalità mai troppo cupe, ma nell’insieme “Among the streams” resta un esperienza estremamente gradevole.

LOSINGTODAY

REMORA, “SCARS BRING HOPE” (SILBER RECORDS)

Nei quindici anni di attività dei Remora, Brian John Mitchell ha esplorato vasti territori sonori, da paesaggi post-rock a territori semi-industriali, fino al pop più ‘obliquo’. “Scars bring hope” potrà forse risultare un pò spiazzante, a coloro che hanno amato gli episodi più ‘impervi’ e dissonanti del progetto: in questo caso infatti Mitchell, coadiuvato dal produttore Brian Lea McKenzie, sembra più interessato a dare la propria personale riletture di certe sonorità alto -country, quasi folk, che negli ultimi anni hanno contato innumerevoli esempi.

Il risultato è un lavoro che, almeno nella prima parte (e ovviamente con qualche eccezione, che dal ‘rumore’ è sempre difficile staccarsi) procede su binari tranquilli, all’insegna di quello che un tempo si sarebbe magari chiamato folk post-apocalittico, all’insegna di brani dalla struttura semplice e i testi scarni, tutti affidati a sfondi sonori nei quali si mescola una strumentazione come al solito varia, dove fiati, piano, organo e theremin fanno da contorno all’immancabile triade chitarra-basso-batteria.

Dodici brani, riaffiorano certe impressioni ‘magmatiche’ (anche con una parentesi interamente strumentale) che anche in passato hanno caratterizzato la proposta del progetto di Mitchell.

Un lavoro intenso, dalla grana fine, soffusa e avvolgente, dal quale ci si fa volentieri avvolgere, talvolta quasi galleggiandovi sopra.

Tra testi che rievocano atmosfere western, brani d’ispirazione sci-fi e riferimenti alla narrativa Lovecraftiana, Remora si offre nuovamente all’ascolto coi suoi volti cangianti e un’intatta capacità di coinvolgere.

LOSINGTODAY

MARK MILLAR – STEVE McNIVEN: NEMESIS

Spesso per definire al figura di un antagonista mal riuscito, in un libro o in un film, si usa la definizione di ‘cattivo da fumetto’… come se quella in questione fosse categoria particolarmente esecrabile: ‘cattivo da fumetto’, ossia macchietta che mette in scena piani improbabili per venire puntualmente mazziata dal ‘buono di turno’.
Ebbene, nel caso vi andasse di perdere un paio d’ore del vostro tempo, potreste leggervi “Nemesis”, per giungere alla conclusione che i ‘cattivi da fumetto’ non sono più così risibili.
Il ‘colpevole’ è in questo caso Mark Millar: per intenderci, l’ideatore di quel “Kick Ass”, poi efficacemente portato al cinema, e uno degli autori che negli ultimi anni ha dato una decisa accelerata al definitivo svecchiamento degli eroi della Marvel, facendoli diventare materiale per un pubblico la cui età media supera di molto l’adolescenza.
Il mondo descritto da Millar è per molti aspetti simile al nostro, espediente già usato da chi in un passato più o meno recente ha voluto rileggere il ‘mito’ dei giustizieri in costume, rendendolo più compatibile con la realtà; l’uovo di colombo in questo caso sta nel fatto che, in un mondo senza eroi, Millar inserisce un supercriminale, il che a pensarci non è un’idea così peregrina: quanti inafferrabili terroristi in passato hanno assunto un alone quasi ‘mitico’, ai limti, appunto, del ‘superumano’? Gli esempi sono tanti, da Carlos a Bin Laden, passando per il nostro Vallanzasca…
Il suddetto Nemesis è una sorta di Batman in negativo: guarda caso veste di un bianco e immacolato costume e opera alla luce del sole, sfidando supposti ‘superpoliziotti’ e predicendogli l’ora esatta in cui, a causa sua, tireranno le cuoia; nel contempo sollazzandosi con atti di violenza più o meno gratuita, come far deragliare il convoglio di una metropolitana o dirottare l’Air Force One, rapendo il Presidente degli Stati Uniti con catastrofiche conseguenze: il tutto per attirare l’attenzione della sua nuova vittima, un integerrimo commissario di polizia in onore di ‘alti incarichi’ grazie ai risultati da lui ottenuti nella lotta al crimine. La ‘battaglia’ trai due sarà senza esclusione di colpi, scontro di intelligenze con contorno di massacri vari, colpi di scena, bassezze (alcune delle quali veramente geniali) e quant’altro, fino a un classico ‘cataclismatico’ finale e a una ‘coda’ che lascerà il lettore a bocca aperta, più perplesso che persuaso, rimettendo in discussione gran parte dei punti fermi della storia appena letta.
Un Mark Millar in gran forma, accompagnato da uno Steve McNiven (anch’esso dagli importanti trascorsi ‘marvelliani’) che può dare libero sfogo al suo estro e al gusto per il particolare, non risparmiando all’occorrenza quel gusto per il ‘grand guignol’ (pur senza eccedere mai nello splatter) che ancora nel fumetto ‘mainstream’ è in parte precluso.
Con “Nemesis” Millar rilegge il mito dei ‘cattivi da fumetto’, regalandoci un personaggio a suo modo memorabile e una storia il cui finale rende il tutto ancora più plausibile per il lettore poco avvezzo (o sospettoso) nei confronti delle storie a base di gente in costume. Un pezzo di bravura, probabilmente destinato a restare fumetto ‘di culto’, ma una cui trasposizione cinematografica sarebbe più che mai auspicabile.

RADIOROCK.TO

RITA RO, “RENAISSANCE” (AUTOPRODOTTO)

Un’artista nata e cresciuta in Messico, che scrive gran parte di un disco nel corso di una sua lunga permanenza in Italia, a Modena e poi lo completa a Londra: se non è un esempio di globalizzazione artistica questo…

Sia pure solo per il suo periodo di ‘adozione’ italiana, gli ascoltatori italiani dovrebbero averla a cuore, Rita Ro… se poi delle questioni ‘territoriali’ importa poco, allora la sola musica può benissimo offrire una motivazione più che sufficiente.

I quindici brani che compongono “Renaissance” costituiscono un’efficace lettura di sonorità a cavallo tra new vave, post punk con tendenze ‘gotiche’.

Il cantato della Ro, all’insegna di una dolcezza quasi infantile (assimilabile, coi dovuti distinguo a quella di Alison Shaw dei Cranes), interpreta brani tutti più o meno incentrati su temi amorosi e sentimentali o più largamente dedicati ai rapporti interpersonali, con una scrittura forse non troppo originale, ma comunque efficace.

Il contorno sonoro, ad opera della stessa Ro, è costruito su classiche chitarre goticheggiante, l’intenso pathos comunicato dal pianoforte, tessiture ritmiche e sonorità ambientali che costruiscono atmosfere oniriche, soffuse, talvolta rarefatte, spesso quasi caratterizzate da un senso di ‘sospensione’.

Un disco intenso, nell’interpretazione vocale e in quella sonora, che ci rivela un’autrice dalle grandi capacità, il cui unico limite è forse quello di una lunghezza un tantino eccessiva e di un numero di pezzi, 15, che forse finiscono per appesantirlo un pò.

LOSINGTODAY

AZALIA SNAIL, “CELESTIAL RESPECT” (SILBER RECORDS)

Quello di Azalia Snail non è un nome conosciutissimo presso il ‘grande pubblico’; eppure, siamo di fronte a un’artista che vanta una carriera ventennale, nel corso della quale ha collaborato con artisti del carico di Beck,  Pall Jenkins (Black Heart procession), Grassopher dei Mercury Rev, Alan Sparhawk dei Low.

La cantante e polistrumentrista nativa del Maryland ha al suo attivo oltre una quindicina di lavori, nei quali ha esplorato un’ampia area di territori musicali, passando tra sonorità a cavallo tra new wave e post punk, alla psichedelia, a tutto quel magma indistinto che viene sbrigativamente catalogato nella categoria indie – rock.

“Celestial Respect” è sotto questo profilo un disco che molto rivela delle esperienze dell’autrice: nei quattordici brani che lo compongono – alcuni dei quali sono però dei semplici intermezzi strumentali di poche manciate di secondi – si susseguono brani che riecheggiano suggestioni gotiche, canzoni all’insegna di un pop ‘sognante’, improvvise dilatazioni dai contorni psichedelici, con la cantante a passare da toni crepuscolari a una solarità leggera, fino a un semplice ‘cantare per fonemi’ nei momenti più dilatati.

Un’interpretazione che si staglia su un panorama sonoro altrettanto variegato, nel quale non trovano spazio solo chitarre dalle inflessioni shoegaze (pur non debordanti) e le tastiere dal sapore ‘gotico’, ma anche, spesso e volentieri, dei fiati a rendere il tutto oltre che più ricco, spesso più ‘curioso’ e vagamente ‘spiazzante’.

Un disco che farà contenti i ‘nostalgici’ di certe esperienze musicali, ma che soprattutto rivelerà un personaggio per certi versi stupefacente a coloro che ne ignoravano l’esistenza.

LOSINGTODAY

THIS IS HEAD, “0001” (Ardian Recordings)

Che questo lavoro sia stato intitolato semplicemente “0001” e che gli otto brani che lo compongono siano analogamente battezzati con semplici sequenze numeriche, dovrebbe già suggerire qualcosa, sulla natura della proposta dei This Is Head.

Il quartetto (cui si aggiungono un paio di ospiti) proveniente dalla Svezia è in effetti autore di un esordio che molto deve all’elettronica teutonica degli anni ’70’ (manco a dirlo, si potrebbero citare i Kraftwerk), corroborata da suggestioni wave e post punk, con qualche accento ‘danzereccio’, e una spruzzata di certe riletture odierne (leggi magari Fleet Foxes).

A proprio agio sia negli episodi puramente strumentali che nei pezzi più canonicamente cantati, così come nei frangenti maggiormente improntati ad una struttura ‘tradizionale’e nelle parentesi (una in particolare) in cui si prende la strada della deriva ‘pseudospaziale’, sforando i dieci minuti di durata, i This Is Head sono autori di un lavoro convincente.

Una formula sonora che mescola in pari quantità elettronica ed elettricità, fondata su chitarre e synth, sempre orientata ad un certo appeal melodico, ma pronta ad improvvise esplosioni alla soglie del ‘rumore’, sulla quale il quartetto scandinavo costruisce un disco che si lascia volentieri apprezzare, pur se con qualche piccolo passaggio a vuoto.

LOSINGTODAY

BUTCHER MIND COLLAPSE, “NIGHT DRESS” (BLOODY SOUND FACTORY)

Progetto nato dalla collaborazione di musicisti già esperti e con varie esperienze alle spalle, tutti orbitanti attorno alla scena ‘alternativa’ marchigiana (Lebowski, Jesus Franco & The Drogas, Guinea Pig tra gli altri), dopo l’esordio di “Sick Sex And Meat Disasters In A Wasted Psychic Land” tornano i Butcher Mind Collapse.
Tre passi nel delirio o, se preferite Lovecraft, un’allegra scampagnata presso ‘le montagne della follia’: il quartetto marchigiano dà vita a un dominato da sonorità sature e scenari da incubo, che impasta estremismo hardcore, il blues barcollante e alcolico di Captain Beefheart, certa psichedelia disturbante (vedi alla voce: Butthole Surfers), spore del free jazz esagitato degli Zu (l’ensemble si avvale frequentemente di una tromba, più occasionalmente di un piano, assieme a rumorismi elettronici e alla canonica strumentazione ‘rock’), fino a derive ‘spaziali’ con tanto di suoni da b-mvie sci-fi anni ’50.
Tra autentiche ‘schegge’ punk inferiori ai due minuti e ‘serpentoni’ che oltrepassano i sette, episodi strumentali e altri cantati (talvolta urlati, talvolta sfiorando lo spoken words), “Night Dress” è disco capace di rivelare tra le proprie pieghe qualche nuovo particolare ad ogni ascolto, affermandosi come uno degli episodi più riusciti nella discografia italica ‘altra’ del 2011.

LOSINGTODAY