Archive for gennaio 2012

RITA RO, “RENAISSANCE” (AUTOPRODOTTO)

Un’artista nata e cresciuta in Messico, che scrive gran parte di un disco nel corso di una sua lunga permanenza in Italia, a Modena e poi lo completa a Londra: se non è un esempio di globalizzazione artistica questo…

Sia pure solo per il suo periodo di ‘adozione’ italiana, gli ascoltatori italiani dovrebbero averla a cuore, Rita Ro… se poi delle questioni ‘territoriali’ importa poco, allora la sola musica può benissimo offrire una motivazione più che sufficiente.

I quindici brani che compongono “Renaissance” costituiscono un’efficace lettura di sonorità a cavallo tra new vave, post punk con tendenze ‘gotiche’.

Il cantato della Ro, all’insegna di una dolcezza quasi infantile (assimilabile, coi dovuti distinguo a quella di Alison Shaw dei Cranes), interpreta brani tutti più o meno incentrati su temi amorosi e sentimentali o più largamente dedicati ai rapporti interpersonali, con una scrittura forse non troppo originale, ma comunque efficace.

Il contorno sonoro, ad opera della stessa Ro, è costruito su classiche chitarre goticheggiante, l’intenso pathos comunicato dal pianoforte, tessiture ritmiche e sonorità ambientali che costruiscono atmosfere oniriche, soffuse, talvolta rarefatte, spesso quasi caratterizzate da un senso di ‘sospensione’.

Un disco intenso, nell’interpretazione vocale e in quella sonora, che ci rivela un’autrice dalle grandi capacità, il cui unico limite è forse quello di una lunghezza un tantino eccessiva e di un numero di pezzi, 15, che forse finiscono per appesantirlo un pò.

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AZALIA SNAIL, “CELESTIAL RESPECT” (SILBER RECORDS)

Quello di Azalia Snail non è un nome conosciutissimo presso il ‘grande pubblico’; eppure, siamo di fronte a un’artista che vanta una carriera ventennale, nel corso della quale ha collaborato con artisti del carico di Beck,  Pall Jenkins (Black Heart procession), Grassopher dei Mercury Rev, Alan Sparhawk dei Low.

La cantante e polistrumentrista nativa del Maryland ha al suo attivo oltre una quindicina di lavori, nei quali ha esplorato un’ampia area di territori musicali, passando tra sonorità a cavallo tra new wave e post punk, alla psichedelia, a tutto quel magma indistinto che viene sbrigativamente catalogato nella categoria indie – rock.

“Celestial Respect” è sotto questo profilo un disco che molto rivela delle esperienze dell’autrice: nei quattordici brani che lo compongono – alcuni dei quali sono però dei semplici intermezzi strumentali di poche manciate di secondi – si susseguono brani che riecheggiano suggestioni gotiche, canzoni all’insegna di un pop ‘sognante’, improvvise dilatazioni dai contorni psichedelici, con la cantante a passare da toni crepuscolari a una solarità leggera, fino a un semplice ‘cantare per fonemi’ nei momenti più dilatati.

Un’interpretazione che si staglia su un panorama sonoro altrettanto variegato, nel quale non trovano spazio solo chitarre dalle inflessioni shoegaze (pur non debordanti) e le tastiere dal sapore ‘gotico’, ma anche, spesso e volentieri, dei fiati a rendere il tutto oltre che più ricco, spesso più ‘curioso’ e vagamente ‘spiazzante’.

Un disco che farà contenti i ‘nostalgici’ di certe esperienze musicali, ma che soprattutto rivelerà un personaggio per certi versi stupefacente a coloro che ne ignoravano l’esistenza.

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THIS IS HEAD, “0001” (Ardian Recordings)

Che questo lavoro sia stato intitolato semplicemente “0001” e che gli otto brani che lo compongono siano analogamente battezzati con semplici sequenze numeriche, dovrebbe già suggerire qualcosa, sulla natura della proposta dei This Is Head.

Il quartetto (cui si aggiungono un paio di ospiti) proveniente dalla Svezia è in effetti autore di un esordio che molto deve all’elettronica teutonica degli anni ’70’ (manco a dirlo, si potrebbero citare i Kraftwerk), corroborata da suggestioni wave e post punk, con qualche accento ‘danzereccio’, e una spruzzata di certe riletture odierne (leggi magari Fleet Foxes).

A proprio agio sia negli episodi puramente strumentali che nei pezzi più canonicamente cantati, così come nei frangenti maggiormente improntati ad una struttura ‘tradizionale’e nelle parentesi (una in particolare) in cui si prende la strada della deriva ‘pseudospaziale’, sforando i dieci minuti di durata, i This Is Head sono autori di un lavoro convincente.

Una formula sonora che mescola in pari quantità elettronica ed elettricità, fondata su chitarre e synth, sempre orientata ad un certo appeal melodico, ma pronta ad improvvise esplosioni alla soglie del ‘rumore’, sulla quale il quartetto scandinavo costruisce un disco che si lascia volentieri apprezzare, pur se con qualche piccolo passaggio a vuoto.

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BUTCHER MIND COLLAPSE, “NIGHT DRESS” (BLOODY SOUND FACTORY)

Progetto nato dalla collaborazione di musicisti già esperti e con varie esperienze alle spalle, tutti orbitanti attorno alla scena ‘alternativa’ marchigiana (Lebowski, Jesus Franco & The Drogas, Guinea Pig tra gli altri), dopo l’esordio di “Sick Sex And Meat Disasters In A Wasted Psychic Land” tornano i Butcher Mind Collapse.
Tre passi nel delirio o, se preferite Lovecraft, un’allegra scampagnata presso ‘le montagne della follia’: il quartetto marchigiano dà vita a un dominato da sonorità sature e scenari da incubo, che impasta estremismo hardcore, il blues barcollante e alcolico di Captain Beefheart, certa psichedelia disturbante (vedi alla voce: Butthole Surfers), spore del free jazz esagitato degli Zu (l’ensemble si avvale frequentemente di una tromba, più occasionalmente di un piano, assieme a rumorismi elettronici e alla canonica strumentazione ‘rock’), fino a derive ‘spaziali’ con tanto di suoni da b-mvie sci-fi anni ’50.
Tra autentiche ‘schegge’ punk inferiori ai due minuti e ‘serpentoni’ che oltrepassano i sette, episodi strumentali e altri cantati (talvolta urlati, talvolta sfiorando lo spoken words), “Night Dress” è disco capace di rivelare tra le proprie pieghe qualche nuovo particolare ad ogni ascolto, affermandosi come uno degli episodi più riusciti nella discografia italica ‘altra’ del 2011.

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LA PINGRA, “SALAMASTRA” (AOISLAND)

Lo si potrebbe definire un gioellino, questo primo lavoro ‘vero’ (dopo un promo risalente a qualche anno fa) dei molisani Angela Tomassone e Paolo Testa: un’autentica esplosione di variopinto, gioioso e divertente pop: zuccheroso ma non smielato, ammiccante ma mai in maniera troppo sfacciata o peggio ‘calcolata’.
La miscela del duo proveniente da Isernia vede da un lato il cantato di Angela, a cavallo tra suggestioni à la Bjork, ludiche attitudini nipponiche (vengono a tratti in mente le Cibomatto) e certo folk etereo (vedi alla voce: Cocorosie); dall’altro, l’apparato sonoro, affidato spesso e volentieri ad elettronica e tastiere varie, ma che si arricchisce di volta in volta di un’ampia gamma di strumenti, dall’ukulele al violino, da episodici fiati alle più classiche chitarre.
Il risultato è un disco sospeso tra elettronica ‘sghemba’, folk onirico, accenni quasi orchestrali tipici di certi collettivi canadesi (un pò gli stessi filoni cui è riconducibile l’interpretazione vocale), tra brani più strutturati e semplici parentesi, con testi per lo più ascrivibili a una visione disincantata e spesso ironica del quotidiano (con quale tocco lirico), optando in un caso anche per il cantato in italiano (e anche per questo Soloundisegnocircolare finisce forse per essere il brano più convincente dell’intero lotto).
L’unico vero limite alla fine è la durata fin troppo breve, appena oltre la mezz’ora, di un disco che ingolosisce e che appena concluso ‘lascia la voglia’, spingendo inevitabilmente a ripetere subito l’ascolto.

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VINCE, “INVISIBILI DISTANZE” (DISCODADA)

Pur all’esordio discografico, Vincenzo Pastano non è sicuramente musicista alle prime armi, avendo inanellato una nutrita serie di collaborazioni in veste di chitarrista, a fianco, per citare i più noti, di Dalla e Luca Carboni, ed avendo parallelamente avviato l’attività di produttore discografico. Il primo lavoro solista del cantautore bolognese appare inserito su coordinate sonore ascrivibili a un post rock rarefatto, che punta più sull’intensità delle atmosfere che su certe complicazioni ‘cerebrali’ del genere. Le otto composizioni che compongono “Invisibili Distanze” si mantengono così in territori onirici, costantemente caratterizzati da ‘suoni d’ambiente’ (solo occasionalmente la chitarra conquista un suo ‘spazio elettrico’, più spesso partecipando alle tenue consistenza sonora che caratterizza tutto il disco), e che trovano la propria compiutezza in testi scarni, talvolta ellittici, espressi in un cantato sempre sottovoce, talvolta dimesso. Sfioramenti psichedelici, escursioni dub appena accennate, una crepuscolarità ricorrente con reminiscenze post – punk completano la formula sonora utilizzata da Vince per questa prima prova solista, dimostrazione di una maturità già acquisita, di un buon campionario di idee e di potenzialità probabilmente in buona parte ancora da esplorare.

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BE THE ANT: BREATHE DEEPLY STOMATA

Assimilabili ai Kings Of Leon per il loro essere legati da vari gradi di parentela, i Be The Ant, qui al loro secondo lavoro, sono artefici di un disco per certi versi sorprendente. I suoni del quintetto di stanza a Denver appaiono essere in ugual misura ascrivibili alle ‘complicazioni’ post-hardcore di At The Drive In & Co. e alla felice stagione dell’indie rock anni ’90 , vedi soprattutto alla voce Pavement: il risultato suona un pò come se i primi fossero venuti alla luce con dieci anni di ritardo. L’ascolto della manciata di brani – sei – che compone questo Ep finisce così per essere un’esperienza per certi versi straniante, risultato in buona parte dell’imprevedibilità del percorso che i singoli pezzi (e per certi versi l’intero disco) andranno a prendere. Alla base di tutto, i continui e insistiti cambi di ritmo, che vedono fondersi il gusto per lo ‘stop & go’ con quello per l’andamento dinoccolato e vagamente zoppicante: l’esito è un pugno di brani trainati dal passo caracollante del basso (e, a volte, DEI bassi, visto che in qualche occasione se ne usano due), che va ad accompagnarsi all’elettricità scabra delle chitarre a fare da paesaggio sonoro a un cantato (a volte più di una voce) gridato-ma-non-troppo, spesso cantilenante, mentre l’insieme sonoro è in un’occasione ulteriormente arricchito dall’utilizzo di una microsezione di fiati (due tromboni).  Brani che si muovono tra ‘nevrosi’ indie, e improvvise folate ai limiti del punk, un pizzico di sperimentalismo, e l’irrompere improvviso di una ballad che spezza solo per un attimo l’atmosfera esagitata e multipolare di un lavoro che in qualche frangente non si risparmia dallo strizzare l’occhio a più lineari sonorità pop. Testi  che alternano alienazione urbana, rapporti interpersonali e sentimentali problematici, capitoli allegorici alle soglie del non-sense. Un lavoro che alla fine lascia una certa curiosità per gli sviluppi futuri di una band della quale sarebbe interessante tornare a sentire parlare.

LOSINGTODAY

STEPHEN KING – AL CREPUSCOLO

D’accordo, è un pò datato – risale a oltre tre anni fa, il che per uno scrittore prolifico come Stephen King vuole dire che nel frattempo sono usciti altri tre volumi, tuttavia ce la possiamo cavare affermando che ‘i libri non hanno età’ (o altra analoga banalità da bibliofilo che offra il pretesto per parlare del libro in questione).
A voler trovare una pezza d’appoggio più concreta, si può sottolineare come, ad esempio, con questa raccolta King fosse tornato, alla formula del ‘racconto breve’ (quasi tutti gli scritti che compongono la raccolta, sono ‘archiviabili’ in una mezz’oretta di lettura) dopo parecchio tempo. Un ‘ritorno’ attraverso cui King mostra di aver ritrovato il gusto per la forma – racconto, inanellando una serie di storie efficacissime. Il campionario è ottimo e abbondante: maniaci omicidi, gatti che discendono direttamente da Edgar Allan Poe, incubi lovecraftiani, morti che non sanno di esserlo (o forse preferiscono ignorarlo), sindromi ossessivo – compulsive, sogni premonitori, guaritori…
E ancora, se dopo aver letto ‘Cyclette’ i patiti di questo strumento ci penseranno forse un attimo prima di salirvi (se invece siete spiritosi abbastanza, nulla potrà impedirvi di leggere questo racconto proprio durante una ‘pedalata’ da camera), ‘Alle strette’ vi farà passare definitivamente la voglia (se mai vi siete azzardati a farlo…) di usare uno di quei ‘simpatici’ gabinetti prefabbricati che vengono collocati spesso e volentieri ai lati di aree da concerto, o simili; in ‘Area di sosta’ il ‘re’ torna su uno dei suoi argomenti preferiti, il rapporto tra scrittore reale e pseudonimo.
Tuttavia, dovendo scegliere, la palma del migliore e un posto in un ipotetico ‘Best of’ della narrativa breve kinghiana trai tredici racconti qui presenti l’assegnerei ex aequo a due: ‘Le cose che hanno lasciato indietro’ è la storia con cui King ha fatto i conti con la tragedia dell’11 settembre, un omaggio alle vittime che mescola orrore e lirismo;  “Pomeriggio del diploma”  è invece, a mio parere, uno degli apici raggiunti dallo scrittore del Maine (almeno in quanto a racconto breve): seguiamo la protagonista nel corso di una manciata di minuti, mentre di lei King riesce in poche pagine a dirci tutto, condensandone vita, rapporti sociali, aspirazioni… e poi improvvisamente scoppia l’Apocalisse. Come tutte la raccolte di racconti, un volume particolarmente adatto a una lettura agile, che permette di iniziare e finire una storia in un lasso di tempo relativamente breve, da lasciare magari da parte per leggere un racconto una volta ogni tanto, ovviamente d’obbligo per gli appassionati, ma anche per i frequentatori meno assidui del ‘re del brivido’.

RADIOROCK.TO

ROMA VIOLENTA

Ok, il titolo probabilmente è già stato usato e abusato… e sinceramente non è che di fronte a quello che è successo si riesca a dire qualcosa di lucido, di sensato. Ti svegli, accendi il Televideo e ti trovi davanti a ‘sta notizia, e pensi, e alla fine ti arrendi. Nella canzone ‘Io se fossi Dio’  (che poi più che una canzone è quasi uno spoken word) Giorgio Gaber  dopo essersela presa con tutti, dice:

“ho parlato di noi, comuni mortali
quegli altri non li capisco
mi spavento, non mi sembrano uguali”
 
Ecco, la mia reazione è un pò questa: ma cosa bisogna dire di fronte agente che spara a una bambina di nove mesi? E’una di quelle situazioni in cui ti viene da invocare la forca, ma poi ‘siamo civili e contro la pena di morte’, e allora ti viene da pensare che ci dovrebbe essere una pena che preveda il fatto di mandarli via. Via: portati al largo, lasciati alla deriva su un gommone e affari loro: fuori dal consesso umano.
Poi viene un’altra considerazione, e parliamo della sovraesposizione: la vicesindaco Belviso che va a trovare una donna in stato di shock e poi si presenta davanti alle telecamere; la stessa vicesindaco che afferma che ‘Roma non è una città violenta’, sottolineando che gli episodi che da un anno caratterizzano la città non sono collegati; con questo peraltro cadendo in un errore concettuale colossale: perché se gli episodi fossero collegati, allora ci troveremmo davanti a qualcosa di identificabile e come tale fino a un certo punto isolabile e circoscrivibile; ma quando si vanno ripetendo episodi di violenza che poco sembrano avere a che fare gli uni con gli altri, allora viene veramente da pensare che a Roma ci sia un clima, un’atmosfera, una tendenza alla violenza… E tra l’altro bisognerebbe cominciarsi a chiedere come mai qui girino tante armi… Si dice che non è il caso di stare a stumentalizzare, ed è vero: perché se siamo arrivati a questa situazione, la colpa è un pò di tutti: la violenza degli ultimi tempi è solo la conseguenza di qualcosa che è stato lasciato crescere per anni. La malapianta ha trovato terreno fertile durante le giunte di sinistra, dove si sbandierava la panzana di ‘Roma città dell’accoglienza’, quando bastava salire su un autobus o girare per un mercato per sentire i discorsi della gente; poi è arrivato Alemanno, che ha vinto le elezioni cavalcando l’impressione destata da certi fatti di cronaca, ma poi mi chiedo cos’abbia fatto negli ultimi anni… C’è tanto su cui riflettere. Per esempio il fatto che in ‘luoghi brutti’ è fatale che nasca ‘brutta gente’… eppure sono anni e anni che poco o nulla si fa per riqualificare certe zone (che detto tra noi io raderei al suolo, portando la gente  a vivere altrove). Il problema è che non scorgo gente competente all’orizzonte: adesso vedremo la città piena di polizia, più che sicuri ci sentiremo in stato di assedio, per qualche settimana… I responsabili (speriamo almeno in questo) verranno assicurati alla giustizia… Poi magari usciranno dopo qualche mese perché magari erano drogati (come se poi tutti i drogati fossero delinquenti… ce ne sono tanti che si bruciano la vita lo stesso, ma senza fare del male a nessuno se non a se stessi) e poi tutto ricomincerà come prima. La classe politica romana è quella che è, mediocre e, temo, assolutamente incapace di gestire le situazioni al di là di iniziative meramente propagandistiche volte alla ‘conquista del consenso’… Staremo a vedere, ma l’impressione non è delle migliori.

EMOTIVI ANONIMI

Lui è Jean-René, dirige la fabbrica di cioccolato ereditata dal padre sull’orlo del fallimento e ha seri problemi a relazionarsi con l’altro sesso; lei si chiama Angélique e  partecipa costantemente a un ‘gruppo di sostegno’ per persone emotive;  timidissima,  per un equvoco viene assunta da lui come responsabile delle vendite (quando invece il suo mestiere sarebbe proprio quello di fare la ‘cioccolataia’, rimanendo ‘dietro le quinte’) e, grazie alla consueta serie di accadimenti, un pò fortuiti e un pò voluti si innamorano… Il finale è immaginabile, così come la trama è ampiamente prevedibile fin dopo i primi dieci minuti del film, con gag che in molti casi sono assolutamente ‘telefonate’.
Eppure. Eppure, “Emotivi anonimi” è un film godibilissimo (anche a dispetto di qualche buco nella sceneggiatura): dolce e zuccheroso senza essere troppo smielato, divertente (arrivando a strappare più di una risata di gusto), tenero, si potrebbe dire, nel dipingere quei caratteri di persone incapaci di vivere i rapporti con gli altri per paura, certo, ma una paura causata solo dal fatto di vivere le loro emozioni in maniera troppo intensa, in un mondo in cui domina la superficialità.
Un’oretta e mezza (o poco meno) di cinema leggero, dominato da quelle atmosfere tutte particolari che solo certe commedie francesi sembra riescano a creare. Il regista, Jean-Pierre Améris è sostanzialmente sconosciuto da noi, pur  essendo al suo quinto film; più conosciuto il protagonista maschile, Benoit Poelvoorde, visto recentemente in “Niente da dichiarare” e che il grande pubblico ricorderà in “Asterix alle Olimpiadi”; nel ruolo di Angélique Isabelle Carré, anch’essa con una consistente carriera alle spalle, ma poco nota in Italia.
Per chi cerca un ‘film da festività’, ma si tiene alla larga dai ‘cinepanettoni’ o comunque dai blockbuster, un piccolo, delizioso film.