IL GIORNALISMO AI TEMPI DI INTERNET

O meglio, al ‘professione giornalistica’ ai tempi della ‘Rete’: la considerazione è amara, e alquanto deprimente: l’avvento di Internet ha danneggiato, forse in modo irreparabile, la professione di giornalista. Se pensiamo a ciò che per il mondo del giornalismo Internet prometteva e a quello che poi in effetti ha mantenuto nei tempi attuali, il bilancio è ampiamente deficitario: pochissime delle ‘magnifiche sorti progressive’ si sono in effetti realizzate, quasi tutte le peggiori si sono invece concretizzate.
La moltiplicazione delle fonti di informazione ha portato ovviamente a un vantaggio per i fruitori, ma nel contempo si è generato un circolo vizioso al ribasso che ha portato a un sostanziale svilimento della ‘professione’: con questo intendiamoci non intendo dire che Internet abbia peggiorato il livello medio della scrittura (anche se poi, qua e là, si assiste a strafalcioni incomparabili); ciò che è peggiorato, e di molto, e la valutazione del lavoro. Il risultato, che credo sia davanti agli occhi di tutti, è che ormai la valutazione economica del giornalismo di ‘informazione’ (che sia ‘generalista’ o ‘settoriale’) su Internet è completamente scollegata dal livello di competenza.
Il problema di fondo, naturalmente, è il solito: non è la ‘rete’, ma come la si usa, unito ovviamente a un sistema italiano ancora fondato sul vetusto ‘Ordine’ che dovrebbe teoricamente sancire le capacità di scrittura giornalistica di un professionista, ma che poi nei fatti è completamente inefficace sotto questo profilo: al giorno d’oggi ci si potrà anche fregiare di un ‘tesserino’, ma ciò non vuol dire certo che si sappia parlare e scrivere in italiano corretto.
Ci si trova davanti a un completo ginepraio: da una parte l’abolizione di ‘sto stramaledetto ‘Ordine’ appare non più rinviabile; dall’altra, ci si trova di fronte a una ‘liberalizzazione’ del settore in cui tutto il manico del coltello sta nelle mani degli ‘editori’: un processo che ha portato non sono allo svilimento professionale del ‘mestiere’, ma in parallelo al suo declassamento economico.
L’ultima ‘genialata’ dagli editori per fare soldi alle spalle dei poveri ‘scribacchini’ è quella dei blog… Si aprono siti di informazione (spesso specifica rispetto a determinati settori) a raffica, travestendoli da ‘blog’: in questo caso si evitano tutti i costi economici e i rischi legali della faccenda, e nel contempo si dà a chi ci scrive una paga ‘da fame’: ormai siamo scesi al di sotto del centesimo (lordo) a parola, il che fatte le debite proporzioni ci porta a un esito allucinante: fatti due conti, per poter sbarcare il lunario si dovrebbero scrivere svariate centinaia di articoli al mese. Tutto questo tra l’altro ha comportato una spirale al ribasso che ha coinvolto anche quegli editori ‘virtuali’ onesti, che si trovano ad aver a che fare con una concorrenza nei fatti sleale, che magari vorrebbero pagare adeguatamente i propri giornalisti, ma che sono costretti di conseguenza ad abbassare i compensi erogati.
Fate voi le proporzioni sul numero medio di articoli scritti da chi lavora su un quotidiano; pensate solo a quanti ‘editorialisti’ della carta stampata in fondo null’altro fanno se non scrivere l’equivale di un post di un blog al giorno, ricevendo per questo paghe che superano di varie decine di volte quelle di un semplice blogger. D’accordo, ci sono  di mezzo ‘il nome’, la ‘carriera’, etc… Ma poi vai in giro in rete e ti accorgi che ci sono decine, centinaia, migliaia di blogger capaci di scrivere cose molto più intelligenti dei vari Serra, Gramellini e compagnia bella. Oltretutto chi scrive sui ‘blog’ di informazione spesso non ha manco la ‘soddisfazione’ di veder pubblicata la propria firma, perché per evitare grane gli editori preferiscono che chi scrive usi uno pseudonimo.
La questione dei siti di informazione ‘mascherati’ da blog pone un altro nodo gordiano: non si possono accomunare i blog a testate informative, perché sarebbe ingiusto nei confronti di chi su un blog ci scrive i cavoli propri; dal lato opposto però appare ormai necessario mettere un argine ai ‘paraventi’ che editano decine di ‘falsi blog’ pagando una miseria chi ci scrive.
Non parliamo poi di tutti quei siti (musicali, cinematografici, letterari) che si fondano sulla pura passione, nei quali nessuno ci fa una lira, ma che spesso e volentieri offrono un’informazione svariate volte più puntuale e attendibile dei quotidiani: per ogni Mereghetti, Morandini, Venegoni, Castaldo & Assante che ricevono profumati stipendi per scrivere i loro ‘pezzetti’ sulle pagine ‘pesanti’ dei quotidiani, ci sono centinaia di persone più competenti che scrivono su Internet per pura passione senza farci una lira.
Purtroppo affermare la necessità di ‘compensi minimi’ è ipotesi poco praticabile; all’opposto c’è il fatto che gli ‘editori online’ spesso se ne fregano della qualità, basandosi sui ‘grandi numeri’: si aprono decine di blog, puntando sul fatto che prima o poi qualcuno ci capita e col sistema dei pagamenti per ‘click’ o per ‘visita’ di soldi ne entrano comunque.
L’idea è insomma che si sia entrati in un processo abbastanza irreversibile, in cui quello del giornalismo è destinato a diventare un mestiere sempre più ‘amatoriale’ e sempre meno ‘remunerato’, in cui la qualità è un aspetto secondario, e in cui tutto è affidato alla fortuna di lavorare per un editore ‘onesto’ (e lascio perdere tutta la questione della dipendenza dell’editoria italiana dalla politica, con la conseguenza che in Italia spesso e volentieri per essere pagati basta scrivere ciò che piace al politico di riferimento di  turno); del resto, anche il giornalismo è una professione ‘intellettuale’ che non produce oggetti ‘fisici’ e che (come avvenuto per altri settori come la musica o il cinema), sta risentendo della svalutazione economica derivante dalla concezione della come ‘universo del tutto, subito e gratis.
Certo, è un peccato che si sia lasciato che le cose siano andate così: la politica è sempre ‘tarda’ nel percepire l’evoluzione della società: così come sarebbe stato necessario mettere mano a una nuova legge sul copyright per far partecipare gli autori al ‘business’ del filesharing gratuito, così sarebbe stato necessario rivedere le caratteristiche della professione giornalisftica per mettere in moto meccanismi che facessero si che la professionalità venisse sempre – e adeguatamente – remunerata su Internet: nemmeno questo è stato fatto e i nefasti risultati sono del tutto evidenti.

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7 responses to this post.

  1. Sarebbe interessante – a fronte di questa giungla nostrana (chissà perchè non sono per niente sorpreso) – sapere come invece la situazione è regolamentata negli altri Paesi occidentali…

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  2. Capisco quello che dici ma nn lo condivido del tutto. Ma poi xmettimi una piccola polemica benchè i tuoi argomenti siano interessanti il non avere poi da parte tua MAI
    un cenno di ripresa mi scoraggia perchè come la penso io lo so e da parte tua, in questo caso, non c’è interesse al dibattito.

    Di fatto, questo per mia esperienza personale, i blog sono una cosa (anche quelli tenuti direttamente da giornalisti qualificati) i “quotidiani online” un’altra e tra quelli che non fanno capo a un quotidiano di riferimento cartaceo come saprai anche il direttore responsabile è diverso.
    Per i quotidiani online (il blog per sua definizione giuridica non può esserlo) ti segnalo quello per cui collaboro http://www.paneacqua.eu/ che è un quotidiano indipendente di riferimento centrosx e dove chi scrive (giornalista iscritto all’albo) o competente nella materia in cui scrive non percepisce compensi.
    Per avere il ‘tesserino’ ed essere iscritti all’albo dei giornalisti viene richiesta la presentazione di un tot numero (abbastanza elevato, oggi non so) di articoli pubblicati e tuttavia i ragazzi che si avvicendano in redazione a questo scopo e che generalmente frequentano scienze della comunicazione a Roma 3, vengono pagati non a ‘battute’ ma mensilmente. Una delle nostre ultime praticanti è, oggi, addetto stampa a Napoli per De Magistris. Le spese dell’online sono supportate dalla rivista che esce in forma cartacea in libreria.
    Che poi nella rete siano fioriti per singola soddisfazione siti ancor più specifici dei siti cosiddetti ‘qualificati’ ben venga. Piluccare qua e là puo’ costituire plagio e non è un caso che noi blogger specifichiamo che “..chiunque ritenesse che…il materiale verrà rimosso.”
    Ciao caro Marcello, buona serata.

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    • @Sherazade: come già ti ho accennato, il mio non è disinteresse al dibattito… è che per i dibattiti non ho proprio tempo!!! 😉 Già è tanto se riesco ad aggiornare (più o meno) regolarmente questo blog: come avrai notato, ad esempio questa settimana ho inserito l’articolo lunedì e lì mi sono fermato… figurati se dovessi tenerlo costantemente aperto per rispondere ai commenti… Le mie sono suggestioni e considerazioni, mi fa piacere se qualcuno passa e commenta, per quanto possibile cerco di contraccambiare commentando i blog altrui, ma di imbastire discussioni non mi va, perché poi se si comincia non si sa quando finisce, il tempo magari manca e se la ‘conversazione’ viene interrotta per altri motivi, magari la gente fraintende perché pensa di venire ignorata. Detto questo: l’esperienza che mi presenti è sicuramente positiva; sicuramente in Rete ce ne sono anche altre ugualmente serie, ma mi pare che queste non siano in contraddizione col mio discorso; è un fatto che ad oggi sempre più spesso il ‘blog’ vengato usato da alcuni come ‘forma’ per mascherare siti di autentica informazione (per quanto specifica)
      permettendo agli ‘editori’ da un lato di evitare tutte le implicazioni legali della faccenda, dall’altro di far scrivere i collaboratori dando loro compensi irrisori e spesso manco dandogli la soddisfazione della propria firma in calce agli articoli (fenomeno precedentemente già diffuso sulla ‘carta stampata’, ma peggiorato sulla Rete). Poi chiaro ben vengano tutti i siti portati avanti ‘per pura passione’, in cui nessuno (dall’editore a chi collabora) fa un euro (spesso questi siti sono molto più attendibili di quotidiani e riviste), ma anche qui mi pare di notare che qualcosa di sbagliato ci sia, se a fronte di tanti competenti che lavorano gratuitamente ci sia vari incompetenti che per scrivere articoli infarciti di inesattezze vengano pagati. Ribdisco: a darmi fastidio è soprattutto il fatto che il moltiplicarsi delle fonti di informazione sulla Rete, abbia fornito il pretesto per abbassare ulteriormente la valutazione economica del lavoro del giornalista…

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  3. Hai perfettamente ragione caro Crimson. D’altra parte è così in ogni settore. Le liberalizzazioni non fanno altro che abbassare il livello qualitativo di un servizio, mentre la globalizzazione dello stesso produce precariato. Ma le oligarchie che muovono i fili vogliono così.

    PS. Se poi vorremo parlare del perchè i vari Gramellini vengano ben remunerati per gli artcioli che scrivono, ne parleremo.

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  4. Aggiungerei che Arianna Huffington è una stronza pazzesca (si può dire “Huffington” in questo blog?).

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